di Lucia Goracci
Lucia Goracci ha scritto per il Forum delle giornaliste del Mediterraneo l’intervento che pubblichiamo di seguito, letto in apertura dei panel di discussione.

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Non penso vi sia un modo femminile di raccontare le guerre. Il reporter di guerra – che sia uomo o donna – risponde alle stesse regole e valori di tutti gli inviati. Andare a vedere con i propri occhi, cercare le notizie di prima mano, avvicinarsi il più possibile là dove le cose accadono.  Fermarsi il più a lungo possibile: non  solo andare, ma  restare.

Non penso nemmeno che vi sia uno specifico sguardo di donna sulle guerre. E neanche il coraggio distingue tra i sessi –   anche se della donna si ha sempre una difficoltà in più a dire che è coraggiosa, si tende semmai a dire che rischia molto.

Ma c’è un modo “ da donne”  di vivere le guerre.    Le guerre piovono loro addosso, quasi mai sono loro a deciderle, le subiscono. L’uomo combatte, la donna deve riparare ciò che la guerra distrugge. Salvarsi e salvare.

Così le donne che a Gaza vivevano sui territori di confine della striscia, mi avvertirono  per prime, durante l’ultima guerra tra Israele e Hamas,  che l’esercito israeliano stava per invadere Gaza. Loro che li vedevano muovere, i soldati;  ogni segnale, ogni movimento doveva essere interpretato: l’attacco di terra per loro avrebbe significato una fuga dalle case, alla quale ci si doveva preparare.

Anche sulle donne di Misurata la guerra era piovuta addosso. Continuavano a far studiare i loro figli con le pareti di casa che tremavano per le bombe.  Le donne di Misurata, in Libia, che fuggivano dai saccheggi e dalle aggressioni spesso senza niente addosso.  Era commovente  vedere come l’imbarazzo, l’umanissimo pudore nel raccontarsi, venisse sconfitto dal desiderio di far sapere.

Donne erano pure le ragazze di Kobane che, volontarie, si erano sostituite alle maestre fuggiasche e avevano riaperto la scuola, negli scantinati delle case. “Li sente, maestra – ci dicono i ragazzini, quando i mortai riprendono a ululare – hanno ricominciato!”, mi raccontò una di queste straordinarie ragazze, quando a Kobane visitai la scuola sottoterra.

E c’è  anche  una pericolosa verità da rilevare: ogni volta che un regime si afferma, o un ancien régime tenta  colpi di coda, inesorabilmente prende di mira conquiste e diritti femminili.

Non c’è un giornalismo di guerra declinato al femminile, dunque,  ma certo per una reporter viene molto più naturale accostarsi  a tutto questo. Soffermarsi, non tanto sugli  scenari, sulle armi in campo, sulle guerre guerreggiate, ma sull’impatto devastante che la guerra ha sui più vulnerabili. Le donne non retrocedono. E questo non è sensibilità, è senso etico del giornalismo. Spingersi su un’ideale linea del fronte di guerre sempre più asimmetriche. Alcune di noi lo hanno fatto, senza  più tornare indietro.

Raccontare le guerre. Quelle mediorientali e quelle di mafia. Quelle tra il primo mondo che si blinda  e l’umanità dolente che caparbiamente preme su quelle fortezze per sfondarle. “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita” come in mezzo alla morte che la guerra produce, scriveva Ungaretti.

E’ conflitto anche la continua tensione tra l’al di qua  del nostro consolidato benessere e  l’al di là della guerra di conquista di un posto nella vita, di una seconda chance. Che si consumi in Siria o a Lampedusa. E su questo fronte, con il loro attento sguardo, ci sono tante donne.