L’8 marzo lo sciopero internazionale di tutte le donne, “Non una di meno”. Contro ogni violenza e discriminazione, anche nel linguaggio

Di Tea SISTO
tea sistoPartiamo dalle leggi e dalle norme etiche delle professioni. Tutela della dignità della persona. Ce la impongono sia la Costituzione italiana che i doveri di deontologia professionale di noi giornalisti. Ma che si intende per “persone”, sostantivo plurale femminile? In teoria tutti: uomini, donne, bambini, anziani, gente in buona salute, malati, cittadini autoctoni e non. Tutti. Ma quel sostantivo femminile sembra, nel sentire comune di molti di noi, escludere proprio le donne, soprattutto in riferimento al diritto alla dignità. Mi costringo a un “copia e incolla”, giusto per spiegare. Articolo tre della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Non ci risulta che tale articolo sia applicato. Ne sanno qualcosa le donne, gli immigrati, i poveri, gli omosessuali, i malati senza speranza che quella pari dignità non sanno più che cosa sia.
Andiamo avanti con le citazioni. “Salva l’essenzialità dell’informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine”.
proviamoTutela del diritto alla non discriminazione: “Nell’esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali”. Tutela della sfera sessuale della persona: “Il giornalista si astiene dalla descrizione di abitudini sessuali riferite ad una determinata persona, identificata o identificabile. La pubblicazione è ammessa nell’ambito del perseguimento dell’essenzialità dell’informazione e nel rispetto della dignità della persona se questa riveste una posizione di particolare rilevanza sociale o pubblica”. Per noi giornalisti questo Codice di deontologia, relativo al trattamento dei dati personali altrui, è legge. E allora dov’è “l’essenzialità dell’informazione” e “il rispetto della dignità della persona se questa riveste una posizione di particolare rilevanza sociale o pubblica” nella “patata bollente” di una sindaca, nella cellulite di una ministra, nel colore della pelle di un’altra ex ministra, negli sberleffi volgari indirizzati alla presidente della Camera dei deputati? Eh no, direte.
Laura Boldrini viene massacrata soprattutto su Facebook, palestra per molti di rozzezza, scurrilità e inciviltà. Meno sui giornali. Obiezione sbagliata, perché il Testo unico dei doveri del giornalista applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network. L’elenco dei casi di linguaggio, giornalistico e non, sessista e osceno è infinito. L’etica del linguaggio sembra aver escluso soprattutto le donne. Sono bastati pochi anni per far perdere a tutti, uomini e donne, diritti che erano stati conquistati a fatica e che sembravano ormai intoccabili così come sembrava, a noi ingenui, acquisita la democrazia e il rispetto per la dignità delle persone. Niente certezze per il lavoro, per il diritto alle cure dei malati, per il futuro dei figli e per tanto altro ancora. In questo processo di ritorno a un passato che avevamo voluto dimenticare, è cambiato anche il linguaggio. Non di tutti, non sempre, per grazia ricevuta. Ma l’allarme è rosso e indica una retromarcia della cultura sconfitta da un pensiero retrogrado e senza pudore. La tutela della dignità della persona non riguarda più, se non solo sulla carta, le donne o gli immigrati, vittime di un razzismo che spaventa. La “dignità della persona” non riguarda gli omosessuali se, in un articolo di un importante giornale nazionale, il compagno del protagonista di un brutto fatto di cronaca viene definito “amico”. Sì, proprio tra virgolette. Inutile e volgare ammiccamento ai lettori in un’Italia che ha finalmente approvato la legge sulle unioni civili. Allora forse è bene specificare meglio anche nel Testo unico dei doveri del giornalista. Servono nuovi paletti al propagarsi delle volgarità del linguaggio. La definizione “dignità della persona” non basta, non viene più compresa. Meglio specificare il genere, affinché quella persona da tutelare non venga intesa solo come maschio etero, ariano e di sana e robusta costituzione.
proviamodueTra poco, l’8 marzo, le donne sciopereranno per la prima volta e per la prima volta si presentano in Italia e nel mondo con una piattaforma per rivendicare i loro diritti. Otto punti, una vera vertenza internazionale. Il punto numero 8 riguarda noi giornalisti e recita così: “Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini.
Scioperiamo contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista, che discrimina donne, lesbiche, gay e trans. Rovesciamo la rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime compiacenti e passive e la rappresentazione dei nostri corpi come oggetti. Agiamo con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati”. Non si chiede la luna, solo rispetto.