Il primo pensiero è «non mi è successo niente», il secondo è «accendi la telecamera»

Di Francesca Rizzo

Emanuela Bonchino e Francesca Gernini riportano le emozioni di un mestiere difficile, svolto mentre la terra trema sotto i piedi

“A volte capita che nell’«al di qua del nostro consolidato benessere» arrivi la distruzione, che arrivi l’evento che ti fa sentire come se stessi in guerra, e tu devi cercare di raccontarlo”: esordisce così, citando Lucia Goracci, Emanuela Bonchino, giornalista, che per Rai News 24 ha raccontato il terremoto che quasi un anno fa ha segnato profondamente il Centro Italia.

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Al Forum delle Giornaliste del Mediterraneo Emanuela Bonchino è presente insieme ad una sua compagna di viaggio, la cineoperatrice Francesca Gernini, ancora oggi una delle poche donne in Italia a svolgere quel mestiere. Le due si sono incontrate per la prima volta nei pressi di Arquata del Tronto, in una delle zone colpite più duramente dal sisma, dove hanno realizzato un reportage. Le loro parole hanno riportato al Forum un aspetto cruciale di cosa significhi lavorare nel campo dell’informazione: dover raggiungere zone da cui molti scappano, a volte mettere a repentaglio la propria vita per svolgere il proprio mestiere. In quei momenti “la priorità era raccontare la drammaticità di quello che era appena accaduto” sostiene Gernini, muovendosi, anche con un po’ di incoscienza, tra le case crollate, in punti pericolanti, per restituire la gravità della situazione, “la potenza della natura”. Certo, un conto è lavorare nei luoghi segnati quando la terra è ferma, dopo il terremoto, un conto è esserne colte alla sprovvista. Quando è arrivata una delle scosse più forti, quella che ha distrutto buona parte degli edifici di Norcia, Bonchino e Gernini lavoravano. Come si racconta un evento imprevisto come un terremoto in diretta? Ma ancor prima: come si reagisce ad un terremoto in diretta? Per quanto possa essere difficile, “The show must go on”, come direbbero i Queen. “Non hai neanche il tempo di organizzarti, a quel punto cominci a raccontare quello che vedi”, dice Bonchino. L’unico modo per svolgere con lucidità il proprio mestiere è sdoppiarsi, lasciar scorrere il panico: “La telecamera in questo aiuta – afferma Gernini – perché nel momento in cui la accendi (…) non sei più terremotato tra i terremotati, ma sei professionista che in quel momento, attraverso i propri occhi, fa delle scelte”.

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Al di là dell’evento contingente da raccontare, una scelta riguardante la telecamera è al centro della vita lavorativa di Francesca Gernini, che per molti anni ha pagato lo scotto di aver seguito una strada faticosa, da uomini. “Quando ho iniziato questo lavoro – spiega Gernini – venticinque anni fa, anche di più, eravamo veramente poche (…), poi, entrata in RAI, anche lì l’azienda è stata un po’ protettiva, mi ha fatto lavorare in studio”. Ma il suo sogno era un altro: farsi strada in un ambiente chiuso e lavorare in esterna, proprio come i suoi colleghi uomini. Non è stato semplice realizzare quel sogno, attendere l’occasione propizia per ritagliarsi il proprio posto nel settore, ma la tenacia ha dato i suoi frutti. Nel 2005 Gernini partecipa alla realizzazione di un reportage sulle Olimpiadi delle donne islamiche in Iran, una di quelle rare circostanze in cui i ruoli si invertono e ad essere banditi sono gli uomini, anche se hanno una telecamera in spalla. Il reportage, vincitore di numerosi riconoscimenti internazionali, rappresenta un riconoscimento personale importantissimo per Francesca Gernini, un monito per tutte le donne: “Bisogna lottare per poter fare certi lavori, ma poi, una volta che si presenta l’opportunità forse abbiamo una carica maggiore perché ci siamo preparate all’evento”.