L’appello di Ceyda Karan al pubblico del Forum, contro le falsità del governo Erdogan

Un’ondata comune ai Paesi dell’area mediorientale, quella che sui libri di storia viene registrata come Primavera araba. Milioni di persone, in gran parte giovani, scendono in piazza per dire basta a decenni di governi repressivi. Il risultato non è stato però uniforme: in Paesi come la Tunisia il movimento ha ripristinato quantomeno i diritti basilari, avviando un processo di democratizzazione fisiologicamente lungo. In altre zone la repressione ha sopraffatto in buona parte la voglia di cambiamento, e i governi reazionari hanno inasprito il controllo con una politica fatta di leggi speciali e poteri straordinari attribuiti alle forze di polizia.

I raid all’interno delle università e persino degli ospedali non hanno però fermato chi ancora oggi crede in un futuro più libero. La giornalista turca Ceyda Karan ha riportato al Forum delle giornaliste del Mediterraneo il quadro sconcertante della Turchia, un Paese alle porte dell’Europa ma fortemente radicato alla cultura mediorientale, dove talvolta il fanatismo islamico diventa legge. Obiettivo dei giornalisti che operano in quella zona è non spegnere le luci, mantenere alta l’attenzione, non dimenticare – e non far dimenticare – che esiste un’alternativa al presente.

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Ceyda Karan denuncia da sempre i soprusi dei governi mediorientali: la testata per cui lavora, Cumhuriyet, è il principale quotidiano d’opposizione del Paese, ma non opera solo all’interno dei confini turchi. Karan ha realizzato anche servizi su Iraq e Siria, pagando a caro prezzo l’aver aver sfidato il potere costituito.

Nel 2015 su Cumhuriyet vengono pubblicate delle vignette del giornale satirico Charlie Hebdo, in conseguenza al vile attacco alla libertà di stampa, senza precedenti in Occidente: Ceyda Karan e il collega Hikmet Cetinkaya, responsabili della pubblicazione, vengono condannati a due anni di reclusione per istigazione all’odio e offesa ai valori religiosi; un provvedimento politico più che giudiziario, preceduto da parole dure da parte di esponenti del governo, “in una Costituzione, tra l’altro, quella turca – precisa Karan – che fa un distinguo netto tra Stato e religione”. Una distinzione annullata dalla politica di Erdogan, inasprita ulteriormente dopo il golpe militare fallito il 15 luglio 2016. La cosiddetta “Hate law”, la legge dell’odio varata dalle autorità, conferisce a magistratura e forze dell’ordine poteri speciali, come la possibilità di trattenere in carcere per cinque giorni chi è accusato di aver compiuto un reato, senza l’obbligo di fornire prove a carico e negando persino l’assistenza legale. Di questo provvedimento sono stati fatti oggetto gli amministratori di Cumhuriyet, in seguito a perquisizioni domiciliari.

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Lavorare dall’interno per il cambiamento può costare la vita o, nei casi più fortunati, la libertà: nel corso del 2016 in Turchia sono stati arrestati circa 100 giornalisti. Questo tipo di lavoro è però determinante per far conoscere la verità e contrastare la disinformazione delle fonti ufficiali. Ceyda Karan è stata perseguita anche per aver bollato come falsi alcuni video mandati in onda da Al Jazeera. In uno di questi viene mostrato un bambino in un’incubatrice, assistito dal personale medico siriano, che gli avrebbe salvato la vita; peccato però che il bambino sia, verosimilmente, un giocattolo. L’attività di propaganda condiziona anche l’opinione pubblica occidentale: la giornalista mette in guardia dal banalizzare episodi e concetti, sottolineando ad esempio le mistificazioni passate sui media statunitensi, come l‘etichetta di “islamisti moderati” assegnata ai Fratelli Musulmani. “Quando pensate a questi Fratelli Musulmani come Islam moderato – chiede Karan – pensate a noi in Turchia. Continuano a mentire perseguendo degli scopi che nulla hanno a che fare con la democrazia (…). I fatti di Gezi, del Kabataş, i fatti dell’Egitto: è vero, lì dentro c’erano delle persone innocenti, ma c’erano anche delle persone con i fucili. È questo che io temo, questo è quello che chiamo «l’Islam politico», che credo sia ancora più distruttivo delle armi di distruzione di massa”.