Il racconto di un’inviata senza padroni

Durante il Forum delle Giornaliste del Mediterraneo più volte è stata denunciata la scarsa considerazione, persino il disprezzo talvolta, nei confronti delle donne giornaliste. La diffidenza aumenta se si occupano di argomenti che vanno al di là del gossip: di criminalità organizzata, ad esempio, o di guerra. Nell’intervento di Sandra Amurri sono presenti entrambe, e tramite le parole della giornalista si percepisce come, nonostante gli anni passino, il sessismo resti ben radicato nella mentalità di buona parte del mondo esterno, ma anche – elemento ben più assurdo – in quella di colleghi ed editori.

Amurri apre con il ricordo dell’amica e collega Maria Grazia Cutuli, giornalista uccisa nel 2001 mentre lavorava in Afghanistan. Anche nel caso di Cutuli, il riconoscimento per un lavoro pericoloso è giunto troppo tardi: “Se voi andate su Internet e digitate “Maria Grazia Cutuli” – dice Amurri – leggerete «inviata del Corriere della Sera». Maria Grazia non era inviata del Corriere della Sera, è stata nominata “inviata” la sua bara, alla Cattedrale di Catania nel giorno del funerale”.

Amurri 2

La lotta per un mestiere “senza padroni” per Sandra Amurri parte da lontano. Nel 1995, in pieno clima Mani Pulite, Amurri lavora per Panorama. L’intervista esclusiva a Zuher Al Khateeb, avvocato di Arafat, “l’arabo strano strano” coinvolto suo malgrado nel processo Enimont, le procura un colloquio con Fedele Confalonieri. “Una conversazione surreale”, riportata da Amurri, una vera e propria trattativa per comprare il silenzio della giornalista e impedire la pubblicazione dell’intervista, che avrebbe condannato Berlusconi. “Ogni persona ha il suo prezzo” è l’esordio del dirigente Fininvest; un prezzo che egli tenta di pagare tramite denaro, case e l’affidamento alla stessa Amurri della direzione di Panorama, dopo il licenziamento di Andrea Monti. Confalonieri le offre un miliardo per non far uscire l’intervista e Amurri risponde: “Guardi, io un miliardo lo prenderei pure, perché cambia la vita a una persona, però sa, c’è un problema: papà non mi farebbe rientrare a casa!”

Sandra Amurri resiste alla pressione, “decide il suo destino”, per citare Confalonieri, e abbandona Panorama, insieme a Maria Grazia Cutuli: “Al mattino andavamo in giro per i giornali a piazzare le nostre notizie, e nel pomeriggio andavamo a pulire le scale dei palazzi bene milanesi, ma questo con uno spirito di grande gioia: era il prezzo della libertà”. L’intervista ad Al Khateeb non viene archiviata: uscirà su La Repubblica, dopo un periodo di apprensione per eventuali ritorsioni: “Io uscivo di casa al mattino, aprivo il cofano della macchina e vedevo i fili, se erano tutti ben collegati”, ricorda la giornalista.

Sandra Amurri: da Epoca al Fatto quotidiano, la ricerca di un giornalismo “libero”

Questa ed altre vicende, come il licenziamento dall’Unità dopo le critiche al cambio di direzione del giornale, rafforzano l’idea che Sandra Amurri ha della professione. “Iniziamo (…) a pensare a un progetto di un nuovo giornale che fosse libero, cioè che non avesse come padroni degli industriali, dei politici, per cui noi potessimo essere liberi”, dice, ricordando la nascita del Fatto Quotidiano. Qui continua a scrivere di argomenti “scomodi”: di politica, di mafia, ed anche di politica e mafia: testimone involontaria di una conversazione tra i deputati Calogero Mannino e Giuseppe Gargani riguardo la trattativa Stato – mafia, la giornalista denuncia tutto, alla magistratura e sulle pagine del Fatto. Débâcle su entrambi i fronti: viene condannata a risarcire a Mannino le spese processuali (“La giudice, donna – precisa Amurri – ha scritto nella sentenza che io ho violato la sua privacy, nel senso che, seduta a bere un cappuccino all’aperto, davanti a un bar, io non dovevo ascoltare. Secondo la giudice io avrei dovuto, quando lui ha nominato la mafia, fare «Mannino zitto, zitto che ti sto ascoltando!»”) e diffidata dal neodirettore Marco Travaglio ad occuparsi nuovamente di vicende legate alla mafia.

Amurri 3

Sandra Amurri non solleva una questione di genere: la sua esperienza le ha insegnato che, sebbene le donne abbiano una predisposizione innata ad “andare in fondo alle questioni”, a “leggerle con una maggiore sensibilità”, non sempre riescono a fare rete contro le discriminazioni: “Le maggiori nemiche delle donne sono le donne, perché quando ti trovi a fare una battaglia per dei principi violati, per dei diritti violati, tu le trovi dall’altra parte, spesso: le trovi con i maschi, perché loro scelgono il potere”. Per questo, dice, “io credo poco al genere. Io credo alle persone, non al genere femminile”.

La vera questione, che a suo avviso dovrebbe vedere giornalisti e giornaliste dalla stessa parte, è di natura etica: “Secondo me un giornalista non deve essere di parte, ma deve avere chiari dei principi di legalità”.