Di Nurcan Baysal; traduzione a cura di Manuela De Paoli               

                                

Quando, nel gennaio 2016, l’esercito turco ha bombardato parte delle proprie città, nella zona sud-est del Paese, a maggioranza curda, ho moderato un panel all’interno di una conferenza presso il Parlamento Europeo a Bruxelles.

Dopo aver dato il benvenuto al pubblico, che includeva i parlamentari, ho chiamato Mehmet Tunç, il quale si rifugiava all’interno di un sotterraneo nella parte sud-orientale della città di Cizre, scappando dal conflitto tra l’ala più giovane del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e le truppe turche spalleggiate da carri armati ed artiglieria.

Ho connesso il mio telefono cellulare al microfono e Tunç ha dichiarato:

Siamo certamente di fronte ad una tragedia, qui a Cizre. Ventotto persone sono state ferite all’interno di una abitazione, cinque delle quali sono morte a causa di dissanguamento. Non vi è più acqua. Lasciamo le abitazioni per recuperare dell’acqua tra gli spari dei cecchini. Non si può vivere. L’edificio al quarto piano è stato completamente distrutto da attacchi di mortaio. Sono all’interno dell’edificio adesso. La situazione è critica. È per questo che mi rivolgo ai nostri amici lì. Per favore fermate questa barbarie. Siete abbastanza forti da fermare questo massacro a Cizre. Siete abbastanza forti da mettere in guardia il governo dell’AKP e fermare l’assedio su Cizre. Se doveste fallire, diventereste complici di questo massacro.

I membri del Parlamento Europeo hanno ascoltato, ma non hanno fatto nulla per la gente intrappolata nei sotterranei di Cizre.

L’8 febbraio 2016, dieci giorni dopo la conferenza, Tunç è stato arso vivo insieme agli altri. Più di 150 persone sono bruciate vive nei sotterranei di Cizre. Il Parlamento Europeo è stato a guardare la morte di quella gente che aveva fatto appello a loro, che aveva chiesto loro aiuto.

Il distretto Sur di Diyarbakır, la mia città natale, era tra le aree sotto bombardamento da parte dello Stato tra dicembre 2015 e marzo 2016. Associazioni per i diritti umani e attivisti hanno chiesto al Parlamento Europeo e alle nazioni europee di fare qualcosa per fermare il bombardamento, il coprifuoco militare e le altre pressioni.

Abbiamo atteso ancora. Nessuno è accorso. Metà Sur, il centro storico di Diyarbakır, antico più di 5.000 anni, è stata completamente distrutta.

Subito dopo sono stati lanciati coprifuoco e altre operazioni militari nella città sud-orientali di Nusaybin, Şırnak e Yüksekova. Ho visitato queste città dopo la rimozione del coprifuoco. Metà Nusaybin e Yüksekova erano completamente distrutte. Vi erano persone senza vita sotto le macerie. Madri in cerca dei corpi dei propri figli. La situazione a Şırnak era peggiore. Dopo otto mesi di coprifuoco, il 70% della città era completamente distrutto. Non restava niente di 8 dei 12 distretti della città. Ero scioccata. Non riuscivo a trovare posti a me familiari, né il centro storico. Non riuscivo a credere di essere a Şırnak.

Vi erano alcune voci di protesta provenienti dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite e da alcune nazioni europee. Niente di più. Abbiamo aspettato ancora una volta. Nessuno è accorso, nulla è accaduto.

La situazione è peggiorata dopo l’attentato del 15 luglio. Appena cinque giorni dopo, fu dichiarato lo stato di emergenza. Ed è ancora in vigore. La nazione è amministrata grazie a decreti che hanno la valenza di leggi. Il governo ha usato il colpo di Stato e lo stato d’emergenza per reprimere tutte le opposizioni. Più di 150.000 persone sono state licenziate, più di 50.000 sono state incarcerate. Circa 2.000 organizzazioni della società civile sono state chiuse; 177 organi di stampa, stazioni televisive, testate giornalistiche hanno cessato l’attività. Più di 150 giornalisti e scrittori sono stati imprigionati.

Nella regione curda, la situazione era peggiore. In dozzine di comuni, amministratori statali venivano nominati per sostituire i sindaci pro-curdi eletti. Quasi tutti i media curdi, persino il canale per ragazzi, sono stati censurati. Centinaia di insegnanti curdi sono stati licenziati. Sindaci e parlamentari curdi sono stati messi in prigione. È stato impedito l’accesso alla politica a tutti i curdi.

Abbiamo aspettato, di nuovo. Nessuno è accorso, nulla è accaduto.

Il parlamento turco è fuori uso. La sua funzione legislativa ha cessato di esistere. I canali dell’opposizione democratica sono stati chiusi totalmente. Voci critiche vengono messe a tacere ogni giorno. La Turchia è ora una grande prigione, specialmente per coloro che chiedono pace, democrazia, giustizia, libertà ed uguaglianza.

La nazione è stata divisa in due: coloro che supportano il partito al potere, ovvero il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) e i restanti, ovvero coloro che non appoggiano le politiche dell’AKP e che non risultano più cittadini agli occhi dello Stato. Ad essere onesta, non sono sicura che la Turchia sia ancora uno Stato. Il nuovo Decreto 696 garantisce l’immunità ai civili che “hanno lottato contro il colpo di Stato dello scorso anno e l’atto di terrorismo che lo ha seguito”. Il decreto  è stato interpretato in modo tale che quei civili armati che hanno ucciso soggetti etichettati quali terroristi, non vengano perseguitati. È la fine dello stato moderno e ciò ci riporta indietro ai tempi primitivi, ad uno stato di natura nel quale una persona può uccidere un’altra persona senza conseguenze.

Noi, cittadini della Turchia che critichiamo le politiche dell’AKP, possiamo essere facilmente dichiarati terroristi. Ci possono uccidere, ci possono mettere in prigione, ci possono forzare a lasciare il Paese. Persino nei taxi, se critichi il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, puoi essere denunciato e la polizia può irrompere in casa tua. Ve ne sono diversi esempi in Turchia. Sembra che tra pochi anni sarà difficile trovare qualche reduce che si batta per la pace, la democrazia, la liberta ed l’uguaglianza.

L’Europa sta ancora a guardare la crudeltà usata contro chi supporta pace, democrazia e libertà.

Non stiamo più aspettando. Sappiamo di essere davvero soli.