Di Nurcan Baysal; traduzione a cura di Manuela De Paoli

Lo scorso finesettimana, una delle mie amiche dell’Associazione Giornaliste Italiane[1] mi ha chiamato per invitarmi a partecipare ad un forum di giornaliste che si terrà a Roma nel mese di marzo. Ho dovuto tristemente rispondere che sono sotto controllo giudiziario, pertanto devo fare rapporto alla polizia una volta al mese ed ho un divieto di espatrio; non posso lasciare il Paese. Lei era scioccata. Non era facile per lei comprendere che io avessi il divieto d’espatrio senza una sentenza della Corte. Le ho detto: “Credimi, è difficile da capire anche per me”.

Al momento centinaia di migliaia di persone in Turchia vivono sotto tali controlli giudiziari e divieti d’espatrio. È stata appena aperta un’indagine su di me a causa dei miei tweets in opposizione all’offensiva turca contro l’enclave siriana di Afrin, controllata dai curdi. Dopo tre giorni di detenzione, sono stata rilasciata su cauzione, ma mi hanno imposto il divieto d’espatrio. Il mio avvocato mi ha detto: “Nurcan, benvenuta nella nostra nuova comunità. La comunità degli interdetti!” Il mio avvocato, il mio medico, l’insegnante dei miei bambini, i miei vicini di casa, i miei amici, migliaia di insegnanti, docenti universitari, ex funzionari statali, alcuni politici curdi, attivisti, leader di ONG, persino il personale delle pulizie, che ha perso il proprio impiego comunale, tutti hanno ricevuto il divieto d’espatrio e sono sotto controllo giudiziario.  Sono solo una tra gli “interdetti”.

Alcuni non sono fortunati come me.

Coloro che sono stati licenziati attraverso i decreti di emergenza, sono stati ostracizzati e non sono in grado di provvedere al sostentamento delle proprie famiglie.

Alcuni si sono tolti la vita o hanno corso rischi estremi per lasciare il Paese. Quattro giorni fa, mentre cercava di lasciare il Paese, Ayşe Abdurrezzak, un’insegnante che era stata licenziata, ha perso la vita insieme ai suoi figli nel fiume Maritsa tra la Turchia e la Grecia. Se avesse avuto il passaporto, oggi sia lei che i suoi due figli sarebbero vivi.

L’Articolo 15 della Costituzione turca prevede i limiti di sospensione dei diritti fondamentali e delle libertà. Nel medesimo articolo si legge che le misure prese devono essere conformi alla severità degli obblighi internazionali della Turchia. Inoltre, vi sono dei diritti che non possono essere violati, neanche in situazioni eccezionali quali guerra, mobilitazione militare, legge marziale e stato di emergenza.

“Il diritto alla vita di un individuo e l’integrità del proprio corpo e della propria mente dovrebbero essere inviolabili… Nessuno dovrebbe essere costretto a rivelare la propria religione, coscienza, opinioni, pensieri o essere accusato a causa degli stessi; le offese e le pene non dovrebbero essere retroattive e nessuno dovrebbe essere dichiarato colpevole senza una sentenza giudiziaria”.

Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza del 20 luglio 2016, più di 150.000 impiegati statali sono stati sospesi o licenziati senza alcuna indagine né possibilità di ricorso. I passaporti delle persone licenziate, come quelli dei rispettivi coniugi e figli, sono stati annullati. Ciò va contro il diritto alla libertà di movimento, protetto dall’Articolo 23 della Costituzione, dall’Articolo 12 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e dal Protocollo addizionale n. 4 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, approvato dal Governo turco nel 1994.

Gli annullamenti dei passaporti e i divieti d’espatrio non hanno nulla a che vedere con i diritti umani. Il Governo turco sta punendo chi non reputa sostenitore delle proprie politiche. Di questi tempi, divieti d’espatrio, annullamenti dei passaporti e controlli giudiziari sono un nuovo tipo di pena in Turchia.

Ieri ho eseguito la mia prima “firma” per il controllo giudiziario. Sono stata alla stazione di polizia ed era davvero affollata. C’erano tanti e tanti uomini, donne con bambini, medici, insegnanti, uomini d’affari, politici, studenti, ex funzionari statali, impiegati comunali. La gente entrava andando direttamente all’archivio; prendeva i propri file, li firmava e li consegnava all’ufficiale di polizia per testimoniare la propria presenza. Poi, questi “prigionieri” riponevano i file nell’archivio prima di andar via. Ad ogni “prigioniero” è assegnato un numero. Ho saputo che la maggior parte di loro ha l’obbligo di presentazione quotidiana. L’ufficiale di polizia mi ha detto che ero fortunata, perché dovevo recarmi lì solo una volta al mese. Mi ha spiegato la procedura.

Mi ha anche informato che da oggi sono Nurcan 15/15!

Nessuno è a conoscenza dell’esatto numero di questi “prigionieri”. Si stima che siano più di 200.000 persone. In questo nuovo tipo di prigione, i muri sono i confini turchi.

E questi nuovi “prigionieri” sono invisibili!

 

[1] Associazione GIULIA – GIornaliste Unite LIbere Autonome