Di Nurcan Baysal; traduzione a cura di Manuela De Paoli

“Mio figlio è stato ucciso il 5 marzo del 2017, in uno scontro con l’esercito turco. Ho saputo della sua morte tramite il notiziario. Su un social network chiamato kanlıkule venivano condivise foto del corpo dilaniato di mio figlio. Nelle foto, un soldato delle forze speciali stava con un piede sul corpo di mio figlio. Venti giorni dopo, mia moglie ed io siamo andati ad Hakkari per incontrare il comandante dell’esercito e richiedere il corpo di mio figlio. Il comandante ci ha detto che avevano gettato il suo corpo nel fiume. Ho detto: «Comandante, voglio il corpo di mio figlio. Se voi non potete accedere all’area, andrò io a recuperare il suo corpo e quello degli altri». Ha detto: «Cani e gatti stanno mangiando i corpi di quelli uccisi la scorsa settimana». Ho detto: «Comandante, ci sono state diverse guerre nel corso della storia. Dopo le battaglie, anche ai peggiori nemici è stato concesso di recuperare i corpi dei propri morti. Ciò che voi state facendo va contro ogni legge e contro l’umanità. Vi prego, comandante, non torturateci, dateci il corpo di nostro figlio. Dateci una tomba, una lapide dove andare a piangere».”

Queste sono le parole di un padre il cui figlio, membro del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), è stato ucciso nel distretto di Çukurca nella provincia di Hakkari, vicino al confine tra Iran e Iraq. L’ho incontrato tre mesi fa a Diyarbakır, presso l’Associazione per i diritti umani. Non è il solo.

Più di 50 famiglie hanno fatto appello all’Associazione per i diritti umani. Tutti loro hanno amato coloro i cui corpi non sono stati sepolti. Raci Bilici, capo dell’Associazione per i diritti umani di Diyarbakır, ha detto: «I numeri sono molto più alti, ma sfortunatamente alcune famiglie hanno paura di fare appello ed è impossibile per noi andare in determinate aree rurali alla ricerca dei corpi».

Dopo il nostro incontro, ho scritto una lettera al presidente Recep Tayyip Erdoğan ed al primo ministro Binali Yıldırım. Ho incluso tutti i dettagli sulla famiglia, foto del corpo dilaniato, i nomi degli account dei social network che hanno condiviso questo tipo di foto (tali account sono stati soppressi dopo la mia lettera). Ho chiesto aiuto per questa famiglia e le altre. Ho anche fornito il nome del comandante ed informazioni riguardanti le altre famiglie i cui copri dei propri cari sono stati mangiati dagli animali. Ho chiesto loro di fermare queste azioni disumane e barbare. Ho inviato la mia lettera ed altri documenti anche ai loro consiglieri. Nessuno ha risposto. Nessuno!

bigstock--188948419 Questo non è l’unico caso. Lo scorso agosto, Aycan İrmez, un membro del parlamento per il Partito Democratico dei Popoli filo-curdo, ha chiesto al parlamento informazioni sul corpo di una donna membro del PKK, il quale era stato abbandonato vicino al villaggio di Güneyçam nella provincia di Şırnak. I soldati e la milizia a sorveglianza del paese non permetterebbero agli abitanti di seppellire i corpi.  Il corpo è stato abbandonato per terra e mangiato dagli animali. Gli abitanti volevano seppellire il corpo, così che i loro figli non lo vedessero andando a scuola ogni giorno.

I corpi dei membri del PKK che vengono portati presso gli ospedali sono un altro problema. Nella regione vi sono solo pochi imam in grado di lavare i corpi e predisporne le cerimonie religiose. Ho intervistato questi imam ed ho scritto loro riguardo la situazione svariate volte. Un imam mi ha detto che all’inizio guadare quei corpi lo nauseava. Senza testa, gli occhi rimossi, orecchie e genitali amputati e vi erano prove di tortura. «Ma poi», ha detto, «ho capito ciò che gli umani sono in grado di fare gli uni agli altri».

Non solo i corpi dei morti hanno ricevuto tale brutalità, ma anche i corpi sepolti nei cimiteri del PKK. Negli ultimi due anni i cimiteri del PKK sono stati bombardati o distrutti. A volte le autorità turche aprono le tombe dei membri del PKK e ne rimuovono i corpi. Giusto tre mesi fa, 267 corpi sono stati riesumati e rimossi dal cimitero di Garzan, in Bitlis. Le famiglie hanno fatto appello all’Associazione per i diritti umani, la quale ha preparato un rapporto dettagliato sul cimitero di Garzan.[1]

Lezgin Bingöl, il padre di una dei membri del PKK il cui corpo è stato riesumato, ha dichiarato all’agenzia curda ANF:

«Sono stato al cimitero il 20 dicembre. Ho visto che il corpo di mia figlia non era lì. La tomba era stata demolita e le ossa di mia figlia erano state riesumate e portate via. Non vi è più nulla all’interno delle tombe nel cimitero. Guardandomi intorno, ho visto che tutte le altre tombe vertevano nella stessa situazione.  Il 21 dicembre ho fatto appello a all’ufficio del  procuratore generale di Bitlis. Volevo sapere cosa fosse successo alla salma di mia figlia e denunciare i responsabili. Avevamo già sepolto mia figlia, quando abbiamo ricevuto un permesso di sepoltura e trasferimento da parte dell’Istituto di medicina legale. Era stata avviata un’investigazione contro me e mia moglie connessa al post sepoltura».

 

Queste pratiche vanno sia contro i turchi che contro le leggi internazionali. Secondo la legge turca, i cimiteri non possono essere distrutti o danneggiati. Secondo l’articolo 5237, capitolo 8, del codice penale turco, il reato di riesumazione dei corpi è punibile attraverso una condanna che va dai tre mesi ai due anni di reclusione; il reato di danneggiamento è punibile attraverso una condanna che va da uno a quattro anni di prigione.

Queste pratiche vanno anche contro la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e la Convenzione di Ginevra, le quali sono state firmate dalla Turchia. Uno dei pilastri della legge umanitaria è la Convenzione di Ginevra, il cui Articolo 3 definisce i confini tra parti in conflitti armati e proibisce strettamente la mutilazione, maltrattamento, tortura ed omicidio di ogni tipo.[2]

Nel XXI secolo parliamo ancora del diritto a una sepoltura dignitosa. Un diritto che è condiviso in ogni credo e religione. Un diritto che è protetto da tutte le costituzioni e leggi. Un diritto che fa parte dell’essere umano, quale parte dell’umanità. Oggi in Turchia stiamo lottando per questo diritto. Mentre scrivo, il mio cuore si spacca nel profondo pensando ai corpi senza vita nelle nostre aree rurali  che vengono mangiati dagli animali.

La Turchia non sta lottando solo per i suoi curdi “vivi”, ma anche per quelli che sono morti!

Mentre lotta per i Curdi morti, come può la Turchia far pace con i Curdi “vivi”?