“Io non sto zitta”. La libertà d’informazione in Turchia e Tunisia

BARI | 23 Novembre 2016 | A partire dalle 14.30

Università di Bari | Dip. di Giurisprudenza | Aula Aldo Moro | Piazza C. Battisti

All’indomani del golpe in Turchia sono stati arrestati oltre 80 giornalisti; sono stati chiusi giornali, siti, emittenti radiofoniche e televisive. Recentemente le autorità turche hanno sospeso le trasmissioni di dieci canali tv e dodici radio curde perché ritenute pericolose per la sicurezza nazionale. La Turchia, Stato cuscinetto o porta d’Oriente? Il ruolo del giornalismo di “frontiera”: come raccontare la crisi, le tensioni sociali, i traffici di esseri umani, i confini con la Turchia scenario di diritti civili violati?
Come essere giornalista quando star zitte o parlare fa la differenza tra vivere o morire?

FOCUS SULLA TUNISIA

L’assenza di approfondimento davanti ai più importanti eventi della politica estera rischia di portare con sé un eccesso di semplificazione. E la semplificazione è quasi sempre nemica della verità dei fatti. Nel corso delle rivolte di piazza, poi, questo rischio si corre di continuo. A fare le spese della semplificazione sono le categorie più esposte all’attenzione dei media e al tempo stesso meno forti per poter imporre la propria completa visione dei fatti. Nel caso della Primavera Araba le donne sono tra queste, considerate perlopiù assenti dalle piazze o, quando presenti, rappresentate come sottomesse alla volontà maschile. La realtà testimoniata da Leila Ben Salah invece è opposta: «Mai abbiamo sentito le donne con cui eravamo in relazione, che abbiamo incontrato, gli sbiaditi soggetti riflessi, “vagamente affini agli indignados occidentali” come, ancora una volta, molto opinionismo della sponda settentrionale del Mediterraneo ha voluto definire i soggetti attivi nelle rivoluzioni arabe. Al contrario i nostri incontri sono stati con donne incarnate, vive, attive nel cammino di libertà femminile e non solo, avviato da tempo nei loro Paesi».

Speaker: Leila Ben Salah

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