Di Rosario Coluccia*

Di mestiere faccio il linguista. E così spesso ricevo telefonate, qualche volta lettere, da amici, conoscenti, studenti, che chiedono il mio parere su espressioni e parole che sentono in televisione o leggono sui giornali. Nulla di strano, la lingua cambia in continuazione, è un organismo vivente, vive come vivono gli esseri umani che la usano. Lo sapevano già gli antichi greci, lo sanno i linguisti moderni. L’italiano, ad esempio, si arricchisce di continuo: vi entrano forme da altre lingue (oggi soprattutto dall’inglese), dai dialetti, si creano parole nuove per rispondere ai bisogni della società. E, nello stesso tempo, qualche parola o espressione cade in disuso e scompare, come è naturale nel ciclo perenne della vita.

Un collega intelligente, che non fa il mio stesso mestiere ma si interessa alle questioni della nostra lingua, mi ha chiesto un parere su una parola che oggi si usa moltissimo. Si tratta di «femminicidio» che indica l’assassinio di una donna, spesso perpetrato dal marito, dal fidanzato, dal compagno, a volte da persona sconosciuta. «Ma perché inventare una nuova parola», mi chiede il collega, «non basterebbe omicidio»? Omicidio secondo i vocabolari dell’italiano (ce ne sono cinque o sei ottimi, altri meno buoni) indica l’uccisione di una o più persone. E quindi, osserva ancora il collega, la parola «omicidio» può riferirsi sia all’assassinio di donne che a quello di uomini. Perché creare una nuova parola, non è inutile? Il dubbio è legittimo: a riprova, non tutti i vocabolari registrano il termine «femminicidio».
E il collega è intelligente, l’ho già detto. Oggi la parola è usatissima, basta una semplice ricerca in rete. Ecco qualche esempio dai giornali: «Femminicidio, la strage delle donne, cinque in due giorni» (Il Messaggero); «Centoventisette femminicidi nel 2012, 25 dall’inizio dell’anno. È inaccettabile, occorre intervenire con più forza»: lo ha detto il ministro per le pari opportunità Iosefa Idem (Il Secolo XIX); e ancora: «Femminicidio. Ti voglio mia, quindi ti ammazzo. La mattanza delle donne» (Dazebao); «Emergenza femminicidio. Il cambiamento è culturale» (Il fatto quotidiano); ecc. Un libro intitolato: Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale (Milano, Franco Angeli, 2009), apre interessantissimi scenari giuridici (anche internazionali) sulla questione che stiamo trattando.
Torno al mio seminato linguistico, non voglio invadere campi altrui. E torno alla questione posta dal mio collega: «Se l’italiano ha già la parola omicidio, che indica l’assassinio dell’uomo e della donna, perché creare una parola nuova? Non è inutile?». La risposta, come spesso càpita, ce la danno i vocabolari. La voce «femmina» viene spiegata cosi: ‘essere umano di sesso femminile, spesso con valore spregiativo’. Badate all’aggettivo «spregiativo», la soluzione è lì. Il «femminicidio» indica l’assassinio legato a un atteggiamento culturale ributtante, di chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari; se la proprietà viene negata, se un altro maschio si avvicina all’oggetto che si ritiene proprio, scatta la violenza cieca.
Io non so se questo atteggiamento sia generato da alcune abitudini della società in cui viviamo: una società che, insieme, esibisce sfacciatamente il corpo femminile visto come una merce e preferisce ascoltare chi urla e offende invece di riflettere sulla ragionevolezza delle argomentazioni. Chi mi conosce sa che non sono un parruccone pudibondo; mi ripugnano l’arbitrio, la mancanza di rispetto, l’offesa. Torniamo alla lingua. Se una società genera forme mostruose di sopraffazione e di violenza, bisogna inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. E quindi è giusto usare «femminicidio», per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola «femminicidio»; il generico «omicidio» risulterebbe troppo blando.

 

*Accademico della Crusca