di Tea SISTO

“Ha ucciso la moglie e la figlia di 7 anni con un’accetta, poi ha chiamato la polizia e si è fatto arrestare. Un raptus sopravvenuto al culmine dell’ennesima lite familiare”. Notizia on line data da un grande quotidiano nazionale nell’anno 1999. Un raptus? Siamo sicuri?

Notizia più recente, del giugno scorso, più vicina nel tempo e nel luogo, Taranto, pubblicata su un altro quotidiano. “Ammazza la moglie. Poi il figlio di quattro anni. Infine si toglie la vita. Tre momenti di follia che si sono consumati martedì sera in due luoghi diversi a Taranto. Il protagonista è Luigi Alfarano, medico di 50 anni, coordinatore dell’Ant (Associazione nazionale tumori) che ha prima assassinato la compagna, Federica De Luca, trentenne, nell’appartamento in città dove vivevano sin dal giorno in cui si erano sposati e poi – stando alla ricostruzione fatta da polizia e carabinieri fino a questo momento – è andato via con il figlioletto e una ventina di minuti dopo ha raggiunto una casa di campagna tra Pino di Lenne e Chiatona, nel territorio di Palagiano. Qui ha ucciso il figlio a colpi di pistola e qualche attimo dopo si è tolto la vita. La coppia stava per scrivere la parola fine al loro matrimonio”.

Era lei a volere a separazione. Lui aveva picchiato la moglie prima di strangolarla. Quindi ha preso il figlio e l’ha portato in una piccola casa, qui gli ha sparato, uccidendolo. Tre momenti di follia? Siamo sicuri che non sia stato un piano premeditato, una vendetta estrema studiata? Un uomo va a casa, picchia la moglie, la strangola, poi prende in braccio il bambino, entra con lui in auto, lo uccide e, finalmente, la fa finita anche con se stesso. Troppi passaggi per pensare a un raptus, a un’improvvisa follia paradossalmente ripetuta più volte in una persona che non è folle e che, in quel lungo lasso di tempo necessario per commettere più omicidi prima del suicidio, non può essere diventata, improvvisamente incapace di intendere e di volere.

Eppure quelle frasi, “improvvisa follia”, “raptus omicida” e similari, compaiono 90 volte su cento quando i mass media, cartacei, on line o televisivi riferiscono di violenza su donne e bambini, di stupri, di femminicidi e di infanticidi. Dall’inizio dell’anno sono state uccise in Italia oltre settanta donne dai loro mariti, fidanzati, amanti ed ex di tutti questi ruoli. Siamo vittime di una pazzia maschile endemica, di una follia diventata epidemia? Certo che no. E’ invece vero che è ancora, un’impresa eliminare questi stereotipi dal linguaggio giornalistico e, purtroppo, quasi sempre anche le donne giornaliste usano, per abitudine consolidata, questo linguaggio scritto e orale tanto standardizzato quanto pericoloso e falso.

Ecco, non essendo inviata di guerra e avendo combattuto solo una ben più modesta battaglia quotidiana, da cronista di nera e di giudiziaria, in territorio in cui la mafia nostrana comunque non è affatto definitivamente sconfitta, di questo voglio parlare. Di questo “genere di notizia”, di un  linguaggio che falsa la realtà.

Macché raptus, quale follia? Per quale motivo si continua a concedere alibi facili e fasulli a uomini che picchiano, stuprano, strangolano, accoltellano le donne, quando non hanno una pistola a portata di mano? L’esperienza ci dice che è esattamente il contrario. Gli uomini violenti, che rivendicano il controllo totale sulle loro compagne o ex compagne di vita, hanno sempre un passato sul quale indagare. E’ un continuo di aggressioni verbali e fisiche, spesso denunciate e non prese in considerazione. Un’escalation di violenza che può portare all’omicidio. Ma il linguaggio dei mass media sembra sempre voler fornire un’attenuante all’assassino di turno, prima ancora che sia un giudice a pronunciarsi. Sono gli ultimi rigurgiti del vecchio “movente passionale”, del “delitto d’onore”, quell’articolo 587 eliminato dal nostro codice penale nel 1981.

Molto tardi, a dire il vero. “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”.

Bello sconto di pena, perché solo all’uomo veniva riconosciuta la proprietà dell’onore.

La legge non c’è più da appena 35 anni. Le nostre madri potevano essere ammazzate con disinvoltura considerato quel “nonnulla” di  pena prevista in caso di condanna.

Ma quella legge paradossale, tragica, terribile, che oggi ci fa inorridire e che è stata abrogata persino dopo la legittimazione del divorzio e dell’aborto, continua a vivere nel linguaggio comune di giornalisti e, purtroppo, in molte di noi giornaliste.

Inutile dire che il sessismo su giornali e telegiornali prende anche altre forme apparentemente più innocue. Come il soffermarsi sulle qualità fisiche ed estetiche di una ministra, di una parlamentare, di una sindaca, di qualsiasi donna che ricopra un incarico istituzionale o comunque di rilievo. Viene ammirato o deriso il suo modo di vestire, il trucco, la mancanza di trucco, persino la sua pettinatura. Cosa che non accade per gli uomini che ricoprono gli stessi incarichi. Il sessismo, cosciente o inconscio che sia, naviga on line, sui giornali, nelle trasmissioni televisive. Ed è meglio sorvolare sulle pubblicità, sui messaggi promozionali.

Un lavoro lungo aspetta noi e, soprattutto, le nuove generazioni che con questo linguaggio sono cresciute e crescono. Ma è una guerra, anche questa, che va combattuta sino in fondo.

 

 

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Tea Sisto è nata a Bari il 30 gennaio 1953, ma risiede da decenni a Brindisi. Facoltà di Lettere dopo la maturità classica, ha lavorato in gioventù, come impiegata in un ufficio dell’Efim e in una fabbrica metalmeccanica, diventando dirigente sindacale, dal 1975 al 1978,  della Fim Cisl dove è stata anche responsabile del coordinamento donne metalmeccaniche. Giornalista pubblicista sino al 1982. Poi praticante presso la sede di Brindisi del Nuovo Quotidiano di Puglia sino al 20 giugno 1984, data in cui supera l’esame nazionale per l’iscrizione all’Albo dei giornalisti professionisti. A Quotidiano, come giornalista articolo 1 a tempo pieno, si occupa di cronaca sindacale, amministrativa  e cittadina per poi passare alla cronaca nera e giudiziaria. Nel 2000 viene nominata vice caposervizio della redazione di Brindisi. Dal primo maggio del 2010 è caposervizio della redazione di Brindisi. Ha collaborato con l’agenzia di stampa pugliese Ansa per due anni,  per il quotidiano La Repubblica per tre anni per l’intera Puglia, con la casa editrice Laterza di Bari per articoli culturali per un anno e, occasionalmente, per trasmissioni di approfondimento di Rai Tre e per il quotidiano Il Messaggero. Dal primo marzo del 2014 è in pensione. Continua a scrivere e a pubblicare sempre sul Nuovo Quotidiano di Puglia. E’ stata componente del Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti di Puglia per tre anni. Ha tenuto e tiene lezioni nelle scuole di giornalismo, modera dibattiti su temi sociali, presenta saggi, tiene seminari di giornalismo per i colleghi. E’ impegnata nel sociale con l’associazione Libera contro le mafie, l’associazione Io Donna e il Comitato Migranti e Mediterraneo di Brindisi.