L’amica e collega di Daphne Caruana Galizia, ospite del Forum 2017, lancia l’allarme ad appena un mese dall’assassinio della giornalista investigativa: le minacce rivolte a Daphne ora vengono rivolte alle attiviste che chiedono verità e a i giornalisti che continuano le sue inchieste

Buongiorno, grazie per averci ospitato e per il supporto che date alla nostra causa.

Daphne Caruana Galizia era una voce unica, ma indipendentemente da questo, il suo assassinio ha scioccato la nazione, perché un attacco del genere a una giornalista non ha precedenti nel nostro Paese.

La vignetta che vedete dietro di me è uno dei modi in cui si è espressa la gente, sotto shock.

Nessun partito politico è stato in grado di difendere la popolazione, di sostenere la sua causa, allora la gente ha fatto quello che poteva: è scesa in strada, ha disegnato vignette, ha scritto articoli. Lo shock si è trasformato in tristezza, poi in rabbia.

Ogni giornalista che fa bene il suo lavoro è soggetto ad avere nemici. Daphne ha parlato di criminalità e politici corrotti: per questo la lista di sospettati è infinita.

 

Ma che ci sia dietro il traffico di carburante o di droga, o l’ambiguità del governo, il punto è che stiamo vivendo il collasso dello stato di diritto. Lo Stato ha fallito nel proteggere una sua figlia.

 

Nel nostro Paese non si è mai parlato di “Stato mafioso”, ma questa espressione si è diffusa subito dopo l’assassinio di Daphne. I manifesti che vedete qui sono stati lasciati davanti al quartier generale della polizia, nella capitale.

Il numero di proteste è stato eccezionale per Malta, perché è insolito che la gente scenda in strada, a meno che un partito politico non sventoli una bandiera dicendo: “Seguitemi”.

Questo è uno dei primi cambiamenti avvenuti a Malta: la gente non sente il bisogno di avere un leader, ma scende in strada e rivendica i propri diritti.

È passato più di un mese dall’assassinio di Daphne, e non abbiamo informazioni sui progressi delle indagini, il governo continua a dire che non è cambiato nulla.

Mentre la gente era per strada a protestare, il Primo ministro era all’estero per partecipare a un programma in cui si vendono passaporti maltesi.

Il messaggio che il governo continua a propinarci è che tutto è nella norma, non è cambiato nulla, passiamo oltre questa storia. Ma la gente ora dice no, non possiamo continuare a vivere come abbiamo fatto fino a ieri.

La risposta del governo alle proteste è che la maggioranza vince sullo stato di diritto, come a dire: “Noi abbiamo un mandato per governare, e voi farete quello che diciamo noi”. Questo ha aumentato la rabbia nel Paese, ma ne è venuto fuori anche qualcosa di positivo: abbiamo visto la nascita di movimenti guidati da donne.

Ma l’hate speech e il linguaggio sessista che Daphne ha dovuto affrontare anno dopo anno non sono morti insieme a lei: ora vengono bersagliate le attiviste che per strada pretendono un cambiamento.

Uno dei primi movimenti femminili nati dopo la morte di Daphne si chiama Occupy justice: le manifestanti si sono accampate fuori dall’ufficio del Primo ministro chiedendo le dimissioni anche del capo della polizia. Un consulente del Primo ministro, su Facebook, ha chiamato queste donne “prostitute”. Questa vignetta è la nostra risposta al suo commento.

Un post su Facebook del partito laburista, ora al governo, è stato pubblicato proprio mentre le attiviste di Occupy justice erano accampate fuori. Io sono una dei bersagli, pur essendo solo una sostenitrice, non una leader del movimento. In questo post i laburisti ci mettono nello stesso calderone e sostengono che questa sia tutta una macchinazione dell’opposizione per contrastare ci è stato legittimamente eletto.

La situazione maltese ha attirato l’attenzione del Parlamento Europeo, e la settimana scorsa è stata approvata una risoluzione che chiede alla Commissione Europea di indagare sullo stato di diritto a Malta.

In uno dei punti più importanti della risoluzione si chiede che il capo della polizia inizi ad indagare sulle nostre autorità coinvolte nei Panama papers: il ministro maltese per gli Affari europei è citato nei Panama Papers, e il capo della polizia ha rifiutato per più di un anno di condurre le indagini.

Un altro punto interessante è la mancanza di pluralismo mediatico nel Paese: la maggior parte dei media maltesi è di proprietà dei partiti politici, e le poche emittenti indipendenti subiscono una forte pressione dal governo.

 

In questo contesto, l’assassinio di Daphne non è solo l’assassinio di una giornalista: è un modo per zittire le voci indipendenti nel Paese. Daphne rappresentava il 90% di queste voci: uccidendo lei, hanno ucciso l’opposizione, hanno ucciso lo spirito critico che dovrebbe vigilare sull’operato del governo in qualunque Paese democratico.

 

Ovviamente dobbiamo guardare al futuro, a ciò che noi possiamo fare. La prima cosa che abbiamo fatto, più di 20 persone tra amici, intellettuali, artisti e giornalisti, abbiamo messo insieme un libro sulla vita e sul lavoro di Daphne, perché non sia mai dimenticata.

Il libro dà un’idea della personalità di Daphne, del suo contributo alla democrazia e al giornalismo indipendente nel Paese. Ci sono anche contributi dei lettori su ciò che ha rappresentato per loro il blog, in termini di diffusione delle notizie e comprensione della situazione politica.

A livello giornalistico non potremo mai sostituire Daphne, ma sicuramente possiamo provare a continuare il suo lavoro investigativo. Io e altri due giornalisti d’inchiesta indipendenti abbiamo lasciato il lavoro nei media mainstream, abbiamo rinunciato a uno stipendio fisso e ora dipendiamo dal sostegno dei lettori, ma ci siamo impegnati a continuare il suo lavoro al meglio delle nostre forze, e abbiamo lanciato una piattaforma rivolta alla società civile, perché le nostre voci non siano mai zittite.

Il nostro sito si chiama The Shift news. Questa conferenza punta sulla forza dei numeri, sulla solidarietà: vi promettiamo di supportare il vostro lavoro, ma vi chiediamo di aiutarci a diffondere anche il nostro.

 

QUI L’INTERVENTO DI CAROLINE MUSCAT AL FORUM 2017