Sarà un’opera di Marcello Carrozzo il premio per le giornaliste “inviate di pace”, che interverranno al Forum of Mediterranean Women Journalists 2018.

Il riconoscimento di “Peace reporter” è ormai una tradizione nel palinsesto del Forum, un premio e insieme uno sprone per tutte coloro che hanno affrontato i rischi derivanti da un mestiere difficile, in contesti difficili, e sono intervenute a Bari e Lecce per raccontare la propria esperienza.

Dopo Salvatore Sava, lo scultore che ha appositamente creato per il Forum la colonna della pace, è dunque Marcello Carrozzo a raccogliere il testimone.

 

“Artista della fotografia italiana” dal 2009, onorificenza riconosciutagli da FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche), Marcello Carrozzo è fotoreporter professionista. Il suo obiettivo è capace di catturare con grande sensibilità pittorica il dramma della singola persona all’interno delle marginalità sociali, nelle aree ad alta criticità e di conflitto. I suoi scatti sono composizioni plastiche-scultoree, dove i colori e i volumi sfiorano con grande senso della pietas i soggetti osservati. Su ciascuno si posa lo sguardo dell’Autore, mai disattento, alla ricerca del dettaglio narrante, all’interno del caos.

 

Ha realizzato reportage in Siria, Libano, Giordania, Striscia di Gaza, Iran, Kenya, Congo ex Zaire, Congo-Brazzaville, Thailandia, Vietnam, Mongolia, Argentina, Uruguay, Turchia, Grecia, Albania, e negli Stati indiani: Karnataka, Uttar Pradesh, Andrha Pradesh, Maharastra, Jharkhand.

Ha esposto i suoi reportage sociali in tutta Europa, ricevendo premi e riconoscimenti dalla Camera dei deputati, dal Ministero dell’Interno e degli Esteri italiani, dall’Istituto italiano di Cultura in Germania e in Russia, dall’Accademia di Belle Arti “Pushkynskaya 10” di San Pietroburgo. È docente di Linguaggio Fotografico al Master di Giornalismo – Università “Aldo Moro” di Bari.

Ha partecipato a missioni umanitarie con ONG e istituzioni internazionali, ha seguito e documentato i flussi migratori dalle coste libiche verso l’Europa, ha viaggiato in Medio Oriente come clandestino.

 

Le sue sono più che semplici fotografie: sono opere vive, che parlano un linguaggio universale. Sono opere che parlano di umanità e di miseria, di difficoltà, paura e speranza, prodotte da chi mette al primo posto l’etica, il rispetto verso chi, offrendosi al suo obiettivo, gli affida una storia, la propria.

 

“Fare fotografia sociale non è una percorso professionale che si sceglie, ci si arriva – ha dichiarato Marcello Carrozzo –. È qualcosa che matura nel tempo, si fanno determinate scelte: si sceglie di diventare partigiano, di schierarsi al fianco di chi perde, di chi subisce, di chi è perseguitato e cacciato. Le ingiustizie iniziano a renderti le notti insonni, e a quel punto scegli da che parte stare, e in che maniera. Se avessi scelto di fare il medico, in questo momento lavorerei per Emergency o per Medici senza frontiere; come fotoreporter la mia “arma”, il mezzo per denunciare le ingiustizie del mondo è la macchina fotografica. Sono partito andando a scavare nei luoghi bui del mondo, dove normalmente non arriva la luce, e dove ho scoperto un’umanità molto più umana di quanto ci si aspetterebbe. Si scopre l’umanità nei luoghi in cui non sorprenderebbe, invece, scoprire la disumanità causata da una serie di ingiustizie. Stabilisci con questo mondo un rapporto empatico – conclude –, fino a diventare portavoce, latore di un messaggio, di un sogno, di una speranza, e portare i messaggi forti, che a volte sono semplicemente sussurrati dalla gente che vive in quei luoghi”.

 

L’OPERA. Lo scatto autografato da Marcello Carrozzo, con cui saranno premiate le “peace reporters 2018” fa parte di un reportage intenso realizzato al largo delle coste libiche. “Itaca sempre”, il nome della mostra esposta dalla Germania alla Russia, racconta il dramma di chi abbandona la propria casa e vive l’angoscia dell’eterna ricerca di se stesso e delle proprie radici. Una donna ha appena attraversato il deserto libico ed è stata soccorsa con altre donne e bambini da una nave umanitaria. Stremate, sono sedute sul pontile della nave, col capo reclinato o coperto. Al centro, la protagonista dell’opera, lascia che il vento sollevi lo hijab, alzando il capo sofferente ma fiero, verso l’orizzonte. Verso il Futuro.