Le difficoltà che giornalisti e giornaliste possono incontrare occupandosi di politiche di genere

Di Pauline Ades-Mevel; traduzione a cura di Francesca Rizzo

Occuparsi di diritti delle donne non è privo di rischi per i giornalisti. Reporters Senza Frontiere ha verificato che dal 2012 al 2017 i diritti di almeno 90 giornalisti, in una ventina di Paesi, sono stati seriamente violati, perché loro hanno osato di parlare di diritti delle donne o di problematiche di genere. Diversi mesi di ricerche hanno permesso di raccogliere dati agghiaccianti: 11 giornalisti sono stati uccisi, 12 imprigionati, almeno 25 sono stati aggrediti fisicamente, ed almeno altri 40 sono stati, o sono tuttora, minacciati attraverso i social network.

“Non dimenticate mai che sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne vengano rimessi in discussione”, ha scritto Simone de Beauvoir in Il secondo sesso. Sfortunatamente, gli sviluppi della nostra contemporaneità le danno ragione.

Negli Stati Uniti, le proteste contro i commenti sessisti del presidente Donald Trump sono scoppiate all’inizio del 2017. In Polonia, nel 2016, è stato presentato in Parlamento un progetto di legge che proibisce l’aborto, concesso in determinate circostanze dal 1993. In Iraq, lo stesso anno, il Parlamento di Baghdad ha ricevuto un disegno di legge che mette seriamente a rischio i diritti delle donne: tra le previsioni, l’abbassamento dell’età legale per il matrimonio.

Occuparsi di diritti delle donne non è privo di rischi. Una redattrice è stata uccisa per aver denunciato una politica sessista. Un reporter è stato imprigionato per aver intervistato una vittima di stupro. Una reporter è stata aggredita fisicamente per aver difeso il diritto ad usare gli assorbenti interni, mentre una blogger è stata minacciata online per aver criticato un videogioco.

Reporters Senza Frontiere ha voluto puntare i riflettori sulla violenza contro i giornalisti che si occupano di questi temi, ed ha avviato un focus specifico su minacce e violenze subite dai cronisti, sia uomini che donne. Nel 2016 e nel 2017, RSF ha registrato più di 60 casi, in più di 20 Paesi, in cui i diritti dei giornalisti sono stati violati in concomitanza con una copertura sulle condizioni delle donne. Dal 2012 sono stati registrati quasi 90 casi. Questi dati ci hanno permesso di classificare i tipi di violenza: omicidio, reclusione, attacchi verbali, attacchi fisici e aggressioni online. Le molestie online rappresentano più del 40% del totale di casi registrati.

Secondo RSF, i predatori dell’informazione, responsabili di queste violenze, si dividono i tre categorie principali. Alcuni sono gruppi religiosi, che prendono di mira i giornalisti che sfidano la loro propaganda, schierandosi a favore dell’emancipazione femminile. Poi ci sono le organizzazioni criminali, che reagiscono all’intromissione dei media nei loro affari denunciando lo sfruttamento delle donne. E infine, ci sono i governi autocratici, determinati a difendere le loro società patriarcali. La censura, le molestie, le minacce e le aggressioni hanno un costo drammatico in Paesi come l’Afghanistan, dove molti sono costretti ad abbandonare la professione, o addirittura a fuggire all’estero, per ragioni di sicurezza. Ma nonostante le minacce, molti altri giornalisti hanno raddoppiato i loro sforzi in difesa della libertà d’espressione.

RSF si è concentrata su alcune di queste forme di resistenza. “Non è la questione in sé ad essere pericolosa, ma la società nella quale viene affrontata”, ha affermato Nadine Al-Budair, una giornalista saudita di stanza in Qatar.

1. Occuparsi di diritti delle donne può uccidere

Miroslava Breach e Gauri Lankesh, giornalisti che hanno provocato

“Scrivere di diritti delle donne può rivelarsi pericoloso in alcuni Paesi, nei quali questo significa minare le tradizioni e stimolare la consapevolezza nella mente di chi è stata assoggettata ad una società machista”, sostiene Juana Gallego (direttrice dell’Osservatorio spagnolo per l’uguaglianza di genere e docente di Giornalismo dell’Università di Barcellona), spiegando fino a che punto i giornalisti possono ritrovarsi esposti a causa della lotta per i diritti delle donne.

Parlare di questioni di genere può uccidere. Questa è l’allarmante conclusione di RSF alla luce del numero di omicidi negli ultimi due anni. Undici dei reporter di cui si parla in questo studio (il 12% dei casi) sono stati uccisi in correlazione al loro lavoro dall’inizio del 2016, comprese due note giornaliste investigative assassinate nel 2017: la messicana Miroslava Breach e l’indiana Gauri Lankesh.

Miroslava Breach, reporter per i giornali Norte de Ciudad Juàrez e La Jornada, entrambi di Chihuahua, nel Messico settentrionale, è stata uccisa nella sua macchina, mentre accompagnava il figlio a scuola, il 23 marzo 2017. Otto spari hanno messo fine alla vita di “una donna intelligente ed eticamente irreprensibile”, come la definisce la collega Olga Alicia Aragon in un omaggio pubblicato su La Jornada il giorno dopo questo “crimine orribile”. Nota ai suoi colleghi come “Miros”, Breach è stata una reporter per più di vent’anni, occupandosi di criminalità organizzata nello stato di Chihuahua, uno dei più violenti dell’intero Messico, e delle tante donne uccise a Ciudad Juàrez. Norte de Ciudad Juàrez, un quotidiano attivo da 27 anni, ha chiuso otto anni dopo l’omicidio di Breach.

Cinque mesi dopo, Gauri Lankesh, redattrice 55enne del Gauri Lankesh Patrike, un settimanale laico e femminista fondato dal padre, è stata uccisa a Bangalore, nell’India meridionale, il 5 settembre 2017. Due uomini in motocicletta le hanno sparato al petto e in testa, mentre  entrava in casa. Il suo assassinio ha scatenato proteste e un’ondata di preoccupazione riguardo la libertà dei media. Coraggiosa e schietta, Lankesh sapeva che la sua vita era in pericolo. Aveva apertamente criticato il governo nazionalista indù, accusandolo di proteggere non una religione, ma un “sistema gerarchico nella società”, in cui “le donne vengono trattate come creature di seconda classe”.

In India i media sono costantemente denigrati, ed alcuni mesi prima della sua morte, Lankesh era stata condannata a sei mesi di detenzione per una causa di diffamazione, intentata contro di lei da due membri anziani del partito al governo, il Bharatiya Janata Party (BJP). “Io spero che altri giornalisti prendano nota”, dichiarò all’epoca il capo dell’ufficio stampa del BJP.

“Questi omicidi sono esecuzioni premeditate”, sostiene Abeer Saady, giornalista egiziana, vicepresidente dell’International Association of Women in Radio and Television (IAWRT) ed autrice di un manuale per la sicurezza delle giornaliste. “Le giornaliste vengono selezionate e prese di mira”.

Lo staff di Tolo News, un canale tv di news h24 afgano, che in molti servizi si è soffermato su problematiche femminili, è stato bersagliato il 20 gennaio 2016. Sette dei suoi impiegati viaggiavano in un minibus con le insegne della testata, quando questo è stato colpito con forza da un veicolo carico di esplosivo in Dar ul-Aman road, nella zona occidentale di Kabul. L’esplosionee, rivendicata dagli Islamisti, li ha uccisi tutti. È stato il primo attacco del genere ad un organo di stampa afgano dalla caduta del governo talebano, nel 2001. Altri giornalisti sono stati uccisi, per motivi simili, prima del 2016. Nawras Al-Nuaimi, studentessa 20enne di giornalismo che si è occupata di storie di donne e giovani per Al-Mosuliya TV, è stata uccisa da uomini armati nei pressi della sua casa di Mosul, nel nord dell’Iraq, il 15 dicembre 2013. RSF riferì allora di essere “scioccata e inorridita dal suo assassinio”. Il fotografo e cameraman Dwijamani Singh è stato ucciso a Imphal, nell’India nordoccidentale, il 23 dicembre 2012, quando la polizia ha aperto il fuoco sulla folla, che manifestava a supporto di un’attrice vittima di violenza sessuale. Secondo Abeer Saady, queste morti dimostrano che “i giornalisti possono essere uccisi a sangue freddo, anche quando non si trovano sul campo di battaglia”. E le morti sono ancor più scioccanti, quando restano del tutto impunite.

Ammazzati con l’impunità

Nessuna inchiesta è mai stata condotta in Iraq sulla morte di Al-Nuaimi. “L’incapacità di procedere dopo un reato di violenza contro un giornalista equivale ad incoraggiare i criminali a continuare”, ha dichiarato RSF, condannando “il fallimento delle autorità locali e nazionali a reagire alle campagne di morte contro i giornalisti”. “L’Iraq è 158° su 180 Paesi nel World Press Freedom Index 2017 di RSF, mentre l’Afghanistan è 120°. In messico, le indagini sull’assassionio di Miroslava Breach sono state caotiche. Dopo averla tirata per le lunghe per nove mesi, le autorità di Chihuahua hanno annunciato il 19 dicembre 2017 che il presunto killer, Ramón Andrés Zavala, era stato ucciso. La polizia federale ha comunicato, sei giorni dopo, di aver arrestato il presunto mandante dell’assassinio, Juan Carlos “El Larry” Moreno Ochoa, membro dell’organizzazione criminale Los Salazares. Questo sembrava significare un progresso significativo, ma non ha per niente soddisfatto i familiari di Breach, convinti che le autorità di Chihuahua erano coinvolte nella sua uccisione. Seconso il Mexican Institute for Competition, più del 95% dei crimini violenti resta impunito in Messico, Paese al 149° posto nel World Press Freedom Index. In India, 136^, il governo ha annunciato la creazione di una squadra speciale per investigare sull’omicidio di Gauri Lankesh, ma i responsabili sono ancora in libertà. Qualche settimana dopo l’omicidio, il governo di Karnataka, lo stato in cui Lankesh è stata uccisa, ha detto che i killer erano stati identificati, ma “si stanno ancora raccogliendo prove sulla loro colpevolezza”.

In un comunicato stampa diffuso all’epoca dei fatti, RSF ha rivolto un appello alle autorità indiane: “non scendere ad alcun compromesso nel rendere giustizia ad una giornalista ad una giornalista inflessibile”, ed istituire un piano d’azione nazionale per la sicurezza dei giornalisti e la prevenzione di minacce e attacchi contro di loro. La richiesta non ha ancora ricevuto risposta.

2. Una serie di violenze per silenziare i giornalisti

Nei passati 8 anni, RSF ha registrato più di 20 casi di aggressioni verbali, fisiche o sessuali collegate alla copertura di questioni femminili. “Ti taglieremo”, è stato detto al telefono a Mae Azango, una giornalista lberiana che scrive di mutilazioni genitali, nel 2010. Sajeev Gopalan, una reporter del quotidiano indiano Kalakaumudi, è stata aggredita nella sua casa ad aprile del 2017, dopo aver scritto di due ragazze che hanno subito violenza sessuale dalla polizia. Durante la rivoluzione in Egitto, quando gli stupri erano particolarmente frequenti, i carnefici erano “molto selettivi sui bersagli”, dice Abeer Saady, allora vicepresidente del sindacato dei giornalisti egiziani. Il target era composto prevalentemente da “attiviste o giornaliste” che volevano ridurre al silenzio. In questo clima estremamente aggressivo, Natasha Smith, una reporter inglese di 22 anni, studentessa alla Falmouth University, è stata stuprata in piazza Tahrir, al Cairo, a novembre 2012, mentre lavorava ad un documentario sui diritti umani, un progetto di fine corso destinato a Channel 4. “Sono stata scaraventata come carne fresca in mezzo a dei leoni affamati – ha raccontato –. Gli uomini hanno iniziato a strapparmi i vestiti, sono rimasta nuda. Il loro desiderio insaziabile di farmi male è aumentato. Quegli uomini, centinaia, si erano trasformati in animali”.

Elena Milashina – Una taglia sulla sua testa

Alcuni definiscono Elena Milashina l’erede di Anna Politkovskaya, la giornalista investigativa russa diventata famosa per essersi occupata delle violazioni dei diritti umani durante la guerra in Cecenia, nel Caucaso settentrionale. Quando Politkovskaya è stata uccisa, nel 2006, molti suoi colleghi hanno deciso di tenere bassa la testa ed evitare temi sensibili.  Ma non Milashina, una collega russa, reporter per il giornale moscovita Novaya Gazeta. “Non mi è mai interessato scrivere di fiori – ha detto allora –, io voglio essere utile e scovare quello che non va. È la mia natura”. Uno degli avvenimenti su cui ha indagato è stata l’uccisione di Natalia Estemirova, una collega giornalista e attivista per i diritti umani di stanza nella capitale cecena di Grozny, trovata morta nella vicina Inguscezia. Tra aprile e maggio 2015, Milashina ha visitato la Cecenia per approfondire la storia di una 17enne obbligata a sposare un ceceno, dirigente della polizia, 30 anni più grande di lei. Nel suo articolo, Milashina ha rivelato che il poliziotto, un collaboratore del leader ceceno Ramzan Kadyrov, aveva già una moglie, ed aveva minacciato rappresaglie contro la famiglia della ragazza qualora lei avesse rifiutato la proposta di matrimonio. Nonostante alcuni gruppi per i diritti umani abbiano chiesto pubblicamente l’intervento del Cremlino, il matrimonio alla fine è avvenuto. Il dirigente della polizia ha messo in guardia Milashina: “Ti abbiamo nell mirino”.

Pochi giorni dopo il matrimonio, Grozny-Inform, un’agenzia di stampa online creata dal ministero dell’Informazione ceceno, ha postato un editoriale che alludeva a Milashina, dal titolo “Gli stati Uniti muovono le loro pedine”. L’articolo diceva: “Se doveste scavare nella biografia di Milashina, trovereste punti in comune con Politkovskaya. Usa le stesse tattiche e, probabilmente, finirà come lei, solo che questa volta non verrà dal Caucaso”.

Minacce online

Commenti aggressivi e insulti provengono anche dai social network. “presstitute”, un mix di “press” (stampa) e “prostitute” (prostituta) è largamente usato per insultare le giornaliste in India. “Sono stata definita una puttana, una stronza e una presstitute”, ha detto Barkha Dutt, una giornalista indiana presa di mira online dopo la pubblicazione, nel 2015, di Questa terra inquieta – Storie dalle linee di faglia indiane, libro in cui descrive gli abusi subiti da bambina e da adolescente. “Il mio numero di cellulare è stato condiviso pubblicamente in parallelo su più piattaforme online, con l’istigazione ad inviarmi messaggi offensivi e minacciosi – ha dichiarato all’Hindustan Times, che alle molestie online ha dedicato una serie intitolata Let’s talk about trolls.

Come può una giornalista premiata, una che nel 2012 è stata eletta personalità dell’anno dai suoi colleghi, finire per essere minacciata di stupro e di morte online? Secondo Bobby Ghosh, redattore dell’Hindustan Times fino allo scorso anno, è colpa della sensazione di onnipotenza che i social network creano tra gli utenti. “Dà alle persone la licenza di comportarsi in un modo in cui mai oserebbero, al quale non penserebbero neanche, in un mondo non digitale”, ha affermato. In tutto, RSF ha registrato 39 casi di violenza online, il 43%  dei casi esaminati in questo studio. È la forma più comune di violenza subita da giornalisti che si occupano di diritti delle donne.

La cyber-violenza è un fenomeno che non conosce confini, che tocca i Paesi più poveri come i più democratici. RSF ha riscontrato molti casi in India, negli Stati Uniti, e in Francia.

Tutti gli attacchi online citati in questo report hanno preso di mira delle giornaliste – un trend che sembra confermato da un sondaggio condotto dal think-tank Demos nel Regno Unito nel 2014. Secondo RSF, le giornaliste hanno ricevuto circa il triplo di commenti inappropriati dei colleghi uomini.

“Quel che è importante sottolineare è la violenza di questi messaggi”, dice Elisa Lees Muñoz, direttrice esecutiva dell’International Women’s Media Foundation (IWMF). Anita Sarkeesian, una blogger critica sul modo in cui le donne vengono ritratte nei videogames, è stata bersaglio di una campagna d’odio in Canada, a luglio del 2012: campagna che comprendeva minacce di stupro e di morte, oltre a insulti sessisti. “La maggior parte delle minacce e degli insulti contro le donne sono di tipo sessuale”, sostiene Abeer Saady.

Sarkeesian ha ricevuto molti disegni pornografici, che mostravano lei mentre veniva stuprata da personaggi dei videogames. Ma il peggiore in assoluto è stato gioco Flash creato con il solo scopo di permettere ai giocatori di picchiarla virtualmente. Lei ha finito per sporgere denuncia e fuggire da casa. “La community dei gamers, e in generale quella dei fanatici della tecnologia, è estremamente sessista”, ha scritto la blogger francese nota come Mar_Lard, in un articolo che ha esposto anche lei a insulti e minacce. Le minacce, a volte, sono particolarmente dirette e precise.

In Francia, a novembre 2017, la giornalista Nadia Daam è diventata bersaglio di una campagna di cyber-molestie organizzata da alcuni “troll” sul “Blabla Forum” per giovani tra i 18 e i 25 anni, sul sito Jeuxvideo.com, dopo che Daam aveva usato il suo spazio del mattino su Radio Europe 1 per criticare il sabotaggio di un numero di emergenza attivato da un gruppo femminista per aiutare le donne vittime di molestie.

Daam è stata immediatamente sommersa da minacce di stupro e di morte e da insulti sui social network, attraverso i suoi account e-mail e il cellulare. Hanno tentato anche di violare i suoi account social e di messaggistica istantanea. Ha ricevuto e-mail che la informavano di essere iscritta a siti porno e pedofili con il suo indirizzo di casa. Quando ha effettuato l’accesso alla chat privata su Discord, un’app usata da questa community, ha scoperto che erano state raccolte informazioni su di lei. Una persona diceva di aver dato un’occhiata al suo vicinato; un altro parlava della possibilità di “stuprare il suo cadavere” e menzionava sua figlia. Un altro ancora diceva che avrebbe preso a martellate la sua porta nel cuore della notte. A causa di minacce così circostanziate, la polizia le ha consigliato di trasferirsi altrove per qualche giorno. RSF è allarmata dal vedere le molestie online usate per spingere le giornaliste a tacere. Questi complotti online, che traggono vantaggio dalla viralità dei social networks, rappresentano ora una minaccia per i giornalisti, che dev’essere presa molto seriamente.  

3. Predatori al comando

Gli Islamisti radicali

In molti Paesi, i giornalisti ricevono minacce dagli Islamisti”, ricorda Nadine AlBudair, conduttrice, di stanza in Qatar, di un talk show su una tv saudita che esprime il punto di vista femminista in una maniera piuttosto diretta. “Gli Islamisti ci accusano sempre dello stesso vizio, difendere una visione occidentale della società e delle donne”. Quando i Talebani hanno preso il controllo della città di Kunduz, nell’Afghanistan settentrionale, a settembre 2015, hanno assaltato Radio Shaista, la prima stazione radio di Stato ad essere gestita da donne, e hanno portato via tutta la strumentazione dagli studi e dalla redazione, costringendo la radio a non trasmettere più. Il bersaglio era stato scelto con cura. Radio Shaista era stata creata con lo scopo di “incoraggiare le donne a cambiare vita ed aiutarle a difendere i propri diritti”, secondo la direttrice Zarghoona Hassan. La radio intervistava le donne afghane che studiavano, o che volevano diventare pilote, e le madri di combattenti afghani che spingevano i figli a ritirarsi.

Per fortuna l’attacco non ha causato vittime, perché la stazione radio era vuota in quel frangente. Tolo Tv, a Kabul, non è stata altrettanto fortunata. Come accennato prima, sette dei suoi impiegati sono stati uccisi in un bombardamento mirato, rivendicato dai Talebani, il 20 gennaio 2016. Anche in questo caso, il bersaglio era stato scelto accuratamente. Quattro mesi prima dell’attentato, i Talebani avevano criticato il canale TV per la sua copertura di tematiche femminili e lo aveva definito un “obiettivo militare”. Tutti i reporter e gli altri impiegati “saranno trattati come nemici, tutti i loro centri, gli uffici e l’attrezzatura (…) saranno eliminati”, hanno scritto i Talebani in un comunicato con data 12 ottobre 2015.

Le inchieste sul campo sono diventate una vera sfida, e le croniste donne sono esposte a violenze verbali e fisiche per strada (e sul posto di lavoro) molto più dei colleghi uomini, afferma Nekzad, che lamenta la mancanza di figure governative su una questione così importante.

Questo clima di violenza si rintraccia in tutti i Paesi in cui i gruppi islamisti hanno forte presa. “Prima che il radicalismo si affermasse, avevamo maggior libertà d’espressione”, ha detto la giornalista TV saudita Nadine Al-Budair. “Nel mio Paese, per esempio, è stata la Fratellanza musulmana a crare l’ondata di misoginia. L’hanno integrata nel movimento salafita, ed il risultato è disastroso. Negli ultimi decenni hanno fatto il lavaggio del cervello ai giovani arabi, e hanno creato una generazione di uomini che vogliono distruggere le donne, eliminarle persino dalla cartina geografica. Vogliono controllare completamente le donne, e sono pronti a fare qualunque cosa per raggiungere lo scopo”.

La produttrice della TV curda yazida Nareen Shammo è stata costretta a lasciare l’Iraq nel 2015, dopo la pubblicazione dei suoi resoconti su violenze sessuali e stupri organizzati dallo Stato islamico ai danni di componenti della sua comunità.

C’è poi la questione della sicurezza di testimoni e fonti. Questa è “un’immensa responsabilità”, afferma la reporter itinerante de Le Monde Annick Cojean, che ha scritto numerosi articoli sulla violenza sessuale in tempi di guerra. “Costruiamo relazioni intime, le donne gradualmente ci confidano l’episodio, un terremoto che ha stravolto le loro vite e che non hanno raccontato quasi a nessuno, neanche alle loro madri, o ai loro mariti. E noi andiamo via con i loro preziosi racconti, consapevoli del dono che ci hanno fatto, e soprattutto della sfida. Ma poi noi andiamo avanti a coprire altre storie, mentre loro restano lì, schiacciate dal tormento e dal dolore, e qualche volta esposte al rischio di essere uccise, per aver rivelato il loro segreto. Per questo è assolutamente essenziale proteggere la loro identità, perché loro hanno affidato le loro vite nelle nostre mani”.

Quando la regista Manon Loizeau ha proposto di lavorare insieme ad un documentario sugli stupri in Siria (Il pianto soffocato, 2017), Cojean inizialmente era riluttante. “Ero così spaventata per le donne. Ho pensato che per loro sarebbe stato troppo pericoloso, e che la TV non sarebbe stata in grado di proteggerle, che tutto questo le avrebbe esposte a rappresaglie”. Ma Loizeau è riuscita a convincerla, mostrandole tutti i modi per proteggere il loro anonimato: far indossare loro un velo, mostrare solo la loro sagoma o pixellare i loro volti. È venuto fuori che diverse donne intervistate hanno voluto mostrare la loro faccia alla telecamera, perché, distrutte dall’esperienza, sentivano di non avere più niente da perdere.

Alcuni giorni prima della proiezione del documentario in Francia e Svizzera, tuttavia, è stato deciso che le Siriane intervistate fossero trasferite, per sicurezza. “Non potevamo correre il rischio”, ha detto Cojean. Abeer Saady, specialista nella sicurezza per le giornaliste, ha aggiunto: “Proteggere testimoni e fonti è essenziale nel lavoro dei giornalisti. Non esiste un grosso problema che meriti di mettere le persone in pericolo”. Nelle zone di guerra, di solito sono le giornaliste a raccontare storie che coinvolgono altre donne. “In passato, i conflitti erano generalmente seguite da giornalisti uomini, che non avevano nemmeno pensato di approfondire la situazione delle donne in tempo di guerra”, ha detto Cojean, che ha anche riconosciuto che è più difficile per gli uomini aprire alcune porte: “Mi dicono che incontrare donne e intervistarle è quasi impossibile, perché raramente sono autorizzate a parlare con estranei”. Quindi, è importante inviare donne giornaliste in luoghi difficili, per mostrare la guerra dal punto di vista di una donna. “Fino ad ora, parte della popolazione è sfuggita al radar dei media o è stata descritta male”, ha detto Cojean. “Tutto sta cambiando, e in meglio. Ma bisogna prestare costante attenzione a questo. Spesso si tende a dire che le storie delle donne sono un interesse di nicchia, eppure riguardano una persona su due”.

La copertura delle tematiche femminili può rivelarsi pericolosa per i giornalisti persino in Paesi considerati tra le principali democrazie. Negli Stati Uniti, ad esempio, occuparsi dell tematica dell’aborto non è privo di rischi per i giornalisti.

Pro vita

Secondo un rapporto dal titolo La posta in gioco è molto alta, pubblicato sulla rivista medica Contraception nell’agosto 2017 e basato su interviste a giornalisti che si sono occupati di aborto, oltre l’80% degli intervistati ha dichiarato di essere stato molestato da “antis” (attivisti contrari all’aborto) a causa della sua copertura. Le molestie andavano da “tweet osceni” a “minacce di morte”, hanno detto. Brenna, una giornalista di 41 anni, ha dichiarato: “Alcni Antis hanno twittato il mio indirizzo di casa. Questo ha rappresentato un problema per me, come scrittrice, e ha avuto un effetto agghiacciante (…) Mi ha davvero terrorizzato”. La maggior parte ha affermato di essere inizialmente “devastata” o “sopraffatta”, ma di aver poi gradualmente accettato che le molestie fossero parte del gioco. Il rapporto segnala che i redattori sono rimasti sorpresi dal livello di violenza. “Riceviamo e-mail da persone che ci dicono che andremo all’inferno, alcuni ricevono cose inviate a casa o in ufficio da estranei”, ha affermato Robin Marty, freelance di stanza a Minneapolis, specializzato su questo argomento. “Il problema più grande sono i social media: veniamo inondati di foto cruente di feti, su Facebook o Twitter”, ha detto. L’aborto è legale negli Stati Uniti dal 1973, ma il Paese è ancora molto diviso “tra religiosi e laici”, ha affermato ancora Marty. “Coloro che non seguono una religione organizzata stanno aumentando di numero e minacciano coloro che sono religiosi, che sono spesso più anziani ed abitano in zone rurali”.

Secondo un sondaggio condotto nel 2017 dal Pew Research Centre, il 57% dei cittadini statunitensi è favorevole all’aborto, il 40% è contrario. Ma questi ultimi “tendono ad avere maggiore influenza sul nostro governo”, ha fatto notare Marty. Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha emanato ordini per bloccare i finanziamenti pubblici alle cliniche che praticano gli aborti e alle ONG internazionali a favore dell’aborto. “La maggior parte delle persone al potere, a prescindere se siano Cristiani o fondamentalisti, insistono nel pensare che il Paese sarebbe migliore se le donne stessero a casa con i bambini”, ha affermato ancora Marty.

Gli attivisti anti-aborto sono sostenuti dalla lobby detta “pro-vita”, che controlla le pubblicazioni a favore del diritto di abortire. Marty è stata minacciata da Pro-Life Action League, un gruppo fondato negli anni Ottanta che organizza proteste sui marciapiedi antistanti le cliniche abortiste, a volte ercando di ostacolarne l’apertura. Alcune di queste proteste sono degenerate in violenze, causando lesioni fatali. In riferimento ad una di queste manifestazioni, Marty ricorda: “Per me non è stato un incidente terribile semplicemente perché passo la maggior parte del mio temppo lavorativo embedded tra i gruppi anti-abortisti, quindi di solito non mi preoccupa che possano diventare violenti nei miei confronti. A loro piace avere un reporter che sanno racconterà gli eventi dalla loro prospettiva, e confidano in me pur sapendo che io sono testardamente a favore del diritto all’aborto”.

Ma non sono solo i fondamentalisti di diversa risma a minacciare i giornalisti che coprono le tematiche di genere.

La criminalità organizzata

In Messico, lo Stato nordoccidentale di Chihuahua è noto per la sua ostilità nei confronti degli organi di stampa che mostrano interesse verso le uccisioni di donne all’interno dello Stato, specialmente nella città  di confine di Ciudad Juàrez, dagli anni Novanta. “Che lavorino per la carta stampata, per la radio o la TV, quasi tutti i giornalisti in questo Stato hanno ricevuto minacce di morte nel corso del loro lavoro – ha affermato Ricardo Alemàn, che per oltre 25 anni ha scritto per la carta stampata –. “Chi non è stato minacciato, è stato costretto a lavorare per la criminalità organizzata. In breve, si deve scegliere tra la penna e il proiettile”.

Patricia Mayorga, Marta Duran de Huerta e Lydia Cacho sono giornaliste che hanno deciso di occuparsi dei femminicidi a Ciudad Juàrez. Tutte e tre hanno subito minacce. “Ogni volta, fanno capire ai giornalisti che sanno tutto di loro, dove vivono, dove lavorano e chi sono i loro familiari”, ha spiegato Alemàn. “Negli ultimi mesi, i giornalisti non denunciano neanche più di aver ricevuto questo tipo di pressione. Preferiscono mantenere un basso profilo ed autocensurarsi”.

Quando un cecchino in motocicletta ha sparato a Miroslava Breach, a marzo del 2017, sulla scena del crimine è stato trovato un biglietto che diceva “Schifoso governatore, informatore della polizia, tu sarai il prossimo – The 80”. La polizia ha spiegato che “The 80” era un riferimento al capo di una gang legato ad un gruppo criminale organizzato noto come “La Lìnea”, ed operante in quello Stato. “Le aree controllate dalla mafia sono come un vero campo di battaglia”, afferma Abeer Saady. Secondo una ricognizione che RSF ha fatto nel 2017, il Messico per i giornalisti è il più pericoloso Paese dell’America Latina, ed il secondo a livello mondiale, con livelli di violenza pari a quelli della Siria e dell’Iraq.   

Norte de Ciudad Juàrez, uno dei giornali per i quali lavorava Breach, aveva fornito una massiccia copertura dei femminicidi avvenuti in città, finché non ha chiuso. Ed aveva anche sottolineato l’impunità per le minacce e le violenze contro i reporters. Oggi nessuno si azzarda a coprire vicende riguardanti i cartelli criminali perché, come ha detto Alemàn, “predomina solo una parola: paura”.

4. Regimi autoritari

Persecuzioni giudiziarie in Iran

Nel 2014, RSF ha riconosciuto l’Iran come la più grande prigione del mondo per le giornaliste. Proprio nel 2014 Atena Farghadani, una fumettista 29enne, postò su Facebook una vignetta che mostrava i parlamentari iraniani con teste di animali, per criticare due disegni di legge: uno sanzionava la contraccezione e la sterilizzazione volontaria, l’altro rafforzava i diritti dei mariti nei casi di divorzio.

Per questo, Farghadani è stata condannata a tre mesi di prigione. Dopo il suo rilascio, ha postato un video su YouTube in cui ha descritto come, durante la detenzione, sia stata maltrattata dalle guardie donne. Il video ha causato una nuova condanna, a 12 anni di carcere, ridotta nel 2016 a 18 mesi in prigione, seguiti da 4 anni di libertà vigilata. Molte giornaliste femministe hanno passato del tempo nelle prigioni iraniane. Tra loro, Mansoureh Shojaee, che negli ultimi 17 anni ha scritto incessantemente di discriminazioni e abusi contro le donne. Shojaee è una delle fondatrici della campagna “Un milione di firme” per chiedere una riforma legislativa che metta fine alle discriminazioni contro le donne iraniane. L’ultima volta è stata arrestata il 24 dicembre del 2009, quando è stata accusata di “pubblicità anti-governativa” per aver collaborato con alcuni siti internet femministi. Da agosto 2010, l’anno in cui RSF l’ha premiata con il Netizen Prize, vive in esilio, ma non ha abbandonato la lotta, nonostante le continue minacce e le persecuzioni giudiziarie.

L’anno scorso Shojaee e Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, hanno istituito un “Comitato per difendere le madri imprigionate in Iran”, che sono tantissime. Tra loro Narges Mohammadi, una giornalista ed attivista per i diritti umani detenuta da maggio 2015, che sta scontando una condanna a 10 anni di carcere. Shojaee lavora anche con The Feminist School, uno dei maggiori portali di news online a favore dei diritti delle donne iraniane. La sua fondatrice, Noushin Ahmadi Khorasani, che vuole adattare la legge islamica alla società moderna, è stata anche arrestata in più occasioni, a causa di molti suoi articoli apparsi sul sito. Il 9 giugno del 2012 ha ricevuto una condanna a 5 anni di carcere con pena sospesa e 5 anni di libertà vigilata.

“Condannare le giornaliste al carcere o alla libertà vigilata favorisce un clima di paura, pensato per ridurle al silenzio dell’autocensura”, sostiene RSF.

In tutto il mondo, RSF ha registrato in totale 12 casi di giornaliste arrestate negli ultimi due anni o ancora in prigione, tutti casi collegati alla copertura dei diritti delle donne. La maggior parte degli esempi di questa pratica vergognosa e arbitraria si è verificata in quattro Paesi: Egitto, Iran, Pakistan e Somalia.

Blackout governativo

In Somalia, il governo impone un completo blackout sulle problematiche femminili, in particolare sulla violenza sessuale.”Ogni giorno incontriamo donne stuprate, ma non possiamo parlare di loro perché ricordiamo cosa ci ha fatto passare il governo iraniano”, ha detto il proprietario di Radio Shabelle Abdimalik Yusuf. Nel 2013, uno dei reporter della stazione radio, Bashir Ashir, ha filmato una diciannovenne (una giornalista di Radio Kasmo, una radio finanziata dall’ONU), descrivendo il modo in cui è stata violentata sotto la minaccia delle armi da due giornalisti della stazione governativa Radio Mogadishu. I due cronisti di Radio Mogadishu hanno risposto presentando una querela per diffamazione, al che Hashir, Yusuf e la 19enne sono stati arrestati. Alla fine di un processo durato tre ore, il 3 dicembre 2013 a Mogadiscio, Hashir è stato condannato a sei mesi di carcere con l’accusa di diffamazione, Yusuf a un anno di galera per “vilipendio alle istituzioni statali” e la donna ha ricevuto 6 mesi di pena sospesa. I due presunti stupratori non sono mai stati arrestati o incriminati. RSF ha espresso indignazione sulla completa mancanza di indipendenza dei media somali, nonostante il presidente Hassan Sheikh Mohamud avesse promesso, a novembre 2012, di costringere le forze di sicurezza a rendere conto degli abusi. “Le autorità somale sono più preoccupate di reprimere le critiche nei loro confronti che di proteggere la libertà d’espressione”, il commento di RSF all’epoca dei fatti.

In Uganda, il governo non ha gradito le critiche di Gertrude Uwitware, giornalista della principale TV commerciale, NTV. In un post pubblicato su un blog ad aprile 2017, Uwitware ha difeso Stella Nyanzi, una docente universitaria che aveva solo ricordato al presidente la promessa elettorale di distribuire assorbenti interni nelle scuole. Poco dopo aver postato il suo commento, Uwitware è stata rapita daa uomin armati mentre camminava in una delle strade più sicure e turistiche. Un uomo e una donna l’hanno obbligata a salire nella loro auto, l’hanno imbavagliata e portata in una zona isolata, pochi chilometri fuori dalla città, dove le hanno rasato i capelli, l’hanno picchiata e minacciata di tortura. Le hanno fatto cancellare dai social network tutti i post, compreso quello su Nyanzi, perché erano troppo critici. Le hanno detto che le risparmiavano la vita solo perché lei era “una di noi” (cioè una persona dello stesso gruppo etnico del presidente Museveni), altrimenti le avrebbero tagliato la testa. Alla fine l’hanno scaricata in un luogo isolato, dove è stata ritrovata dalla polizia intorno a mezzanotte.

Ancora limiti, nonostante il progresso legislativo

Şûjin (termine curdo che significa “grande ago da cucito”) era un sito di notizie femminista in Turchia, che si occupava di violenze contro le donne. Lanciato a gennaio 2017, è stato chiuso il 25 agosto dello stesso anno sotto lo stato d’emergenza. “Poiché Şûjin enfatizzava la lotta per i diritti delle donne e puntava i riflettori sulle frequenti violenze contro le donne, in famiglia e sul posto di lavoro (…) è stato preso di mira, e le donne che scrivevano per il sito sono state minacciate”, ha detto Beritan Elyakut, che scriveva per il sito e ha subito le molestie. Eppure la violenza contro le donne è riconosciuta come un problema serio in Turchia. Dal 2010, almeno 1.571 donne turche sono state uccise da uomini, solo per il fatto di essere donne. Sembrava che il governo stesse tentando di affrontare la questione nel 2011, quando ha ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa riguardo la violenza contro le donne. L’anno successivo, le autorità hanno approvato degli emendamenti che hanno reso la convenzione applicabile a tutte le donne (nubili, sposate e divorziate). “Abbiamo delle buone leggi riguardo la violenza contro le donne, ma ad essere bloccata è la loro attuazione pratica”, ha spiegato l’avvocata per i diritti delle donne Hülya Gülbahar.

I commenti del presidente Recep Tayyep Erdogan sulla parità di genere, che nel 2014 ha definito “contronatura” sono indicativi del reale interesse del governo su questa tematica.

Dal fallito colpo di stato del luglio 2016, la Turchia ha sperimentato livelli di repressione e censura senza precedenti, compresa la censura del tema della violenza contro le donne. RSF chiede al governo turco di smettere di far ricorso a misure sempre più repressive, e di riportare immediatamente il pluralismo. Ma la società turca è divisa anche sul ruolo delle donne. Prima della sua chiusura, Şûjin ha ricevuto spesso telefonate minatorie da parte di uomini che erano stati accusati dal sito di violenza coniugale e abusi sessuali contro donne o minori. Solo a luglio 2017, il sito ha ricevuto dozzine di chiamate minatorie. “Noi identifichiamo gli aggressori, chiunque siano: è per questo che ci minacciano”, ha dichiarato una delle giornaliste del portale, Sibel Yükler.

In Egitto, a Doaa Salah, la conduttrice del talk show televisivo With Dody è stato condannato a tre anni di carcere, con una multa di 10.000 sterline egiziane (500 euro) a novembre 2017, per aver indossato un finto pancione sotto il vestito, simulando una gravidanza, ed aver parlato di sesso prima del matrimonio, maternità da single e donazione di sperma nel luglio precedente. È stata dichiarata colpevole di “oltraggio al pubblico decoro”. Alla fine dello show, andato in onda sulla TV privata Al-Nahar TV, aveva dichiarato: “Tutti rifiutano l’idea della gravidanza al di fuori del matrimonio, il che significa che non tutto ciò che accade all’estero può accadere nella nostra società”. Questo non è stato sufficiente a placare i suoi critici. Persino prima del processo è stata sospesa per tre mesi dalla conduzione del programma, per aver “promosso idee immorali, che sono estranee alla nostra società e minacciano i legami familiari nel Paese”.

RSF è costernata dal destino delle giornaliste che si occupano di dinamiche femminili, sette anni dopo la “Rivoluzione del 25 gennaio” in Egitto. Omar Abdel Maksoud, un fotografo che lavorava per il giornale online Masr Al-Arabia, è stato arrestato il 14 febbraio 2014, mentre seguiva il baby shower di una giovane donna rilasciata da poco. La donna aveva partorito mentre era ammanettata in galera, dopo essere stata arrestata per aver partecipato ad una protesta antigovernativa. Inizialmente Maksoud è stato rilasciato, per poi essere nuovamente arrestato nell’aprile seguente, sospettato di essere membro della Fratellanza Musulmana. Nonostante avesse problemi di cuore, è in prigione da allora, ed è stato anche torturato.

Perché parlare di diritti delle donne è diventato così pericoloso in Egitto, quando le donne egiziane hanno svolto un ruolo di primissimo piano durante le manifestazioni di massa per chiedere, a giugno del 2013, le dimissioni di Mohamed Morsi?

La parità di genere, con riferimento a tutti i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali è sancita nella Costituzione del 2014. Il presidente Sisi ha persino proclamato il 2017 Anno della donna, con lo scopo dichiarato di promuovere il rispetto dei diritti delle donne in tutti i campi della società egiziana.

“Censura onnipresente” in Cina

Occuparsi di problematiche femminili in Cina “è sempre stato abbastanza rischioso”, ha affermato Didi Tatlow, che ha trascorso lì 14 anni, lavorando come corrispondente per diverse testate tra cui il New York Times. “Devi sempre stare attenta a ciò che scrivi, per evitare problemi”, ha spiegato. Nel 2014 era stata invitata a parlare ad un incontro organizzato da un gruppo per i diritti delle donne. “Nella platea ho individuato due spie, venute a seguire il dibattito. Ma erano lì anche per intimorirci”. Tatlow riconosce che dal 2015 la Cina ha mostrato segnali di apertura sul fronte dei diritti delle donne. A febbraio di quell’anno, il Partito Comunista Cinese ha iniziato l’eliminazione progressiva della one-child policy, vigente dagli anni Settanta. Le coppie ora possono avere due figli, non di più. Sei mesi dopo, il governo ha emendato la storica legge del 1992 sui diritti e gli interessi delle donne, per consentire alle vittime di stupro di denunciare l’accaduto ai datori di lavoro o alle autorità.

L’introduzione della prima legge cinese sulla violenza domestica, alla fine del 2015, ha mandato un altro messaggio politico forte. Ma la pressione sui giornalisti che si occupano di diritti delle donne è ancora palpabile.

Tatlow ha raccontato che a novembre 2016 è stata convocata da funzionari del governo, che “mi hanno detto esplicitamente di non mettermi in contatto con le leader del movimento femminista e di non parlare con persone da loro ritenute piantagrane”. Ha poi aggiunto che ha fatto quello che le hanno chiesto, perché sapeva che le donne erano tenute sotto controllo dalla polizia “e avrebbero potuto trovarsi in difficoltà”. Nonostante i progressi a livello legislativo, i diritti delle donne non trovano spazio nel dibattito pubblico. Tatlow ha dato la colpa al fatto che “la censura è ovunque”, e “il governo censura i media e prende di mira tutti i movimenti sociali che provano a far evolvere la società”. Solo i giornalisti stranieri si permettono di sfidare nel merito il Partito Comunista e la società patriarcale cinese. “I giornalisti locali non provano nemmeno a occuparsi di questi temi”, ha aggiunto ancora Tatlow. La regista Majolaine Grappe è giunta ad una conlusione simile mentre girava In the mood for life (2016), un documentario sulle gravidanze illegali rispetto alla legislazione cinese sulla pianificazione familiare. Grappe ha raccontato di aver dovuto filmare clandestinamente per due anni, “per evitare la sorveglianza dei funzionari cinesi”, e di aver spesso girato di notte per minimizzare i rischi. “Quando l’argomento non dà una buona immagine del partito, devi pensare al rischio di rappresaglie”, ha spiegato.

5. Tacere o resistere

L’esilio quando la pressione è troppa

“Il mio lavoro mi piaceva davvero, ma la situazione era diventata estremamente critica”, ha detto Shakeela Ibrahimkhel, ex giornalista di punta del canale tv afghano Tolo News. La sua carriera è decollata all’inizio dell’era post-Talebani ed è finita nel 2016, pochi mesi dopo il pianificato attentato che ha ucciso sette dei suoi colleghi. “Ho lasciato il mio Paese, la mia famiglia e i miei amici contro la mia volontà”.

Secondo il Centro per la Protezione delle Giornaliste Afghane (CPAWJ), un centinaio di donne ha rinunciato a lavorare come giornalista per il crescere della pressione islamista.

Perché cosi tante? “Sono messe sotto pressione dai Talebani, ma anche dalle loro famiglie, che hanno difficoltà ad accettare la loro professione”, spiega Fraida Nekzad, che lavora per il Centro. Molte donne vogliono lavorare per i media, ma le famiglie le ostacolano, preoccupate per la loro incolumità. Così, le province periferiche hanno poche giornaliste, fa sapere il Centro, che cita l’esempio della provincia di Ghor, dove gli attacchi contro le donne afghane erano particolarmente diffusi. Nella provincia di Nangarhar, pericolosa a causa della presenza dello Stato Islamico, la  maggior parte delle famiglie scoraggia le donne ad uscire di casa. “Devono convincere i genitori, i fratelli e gli altri membri della famiglia per avere il permesso di lavorare fuori di casa”, ha affermato Nekzad. Il problema delle donne che abbandonano il giornalismo sta danneggiando la ibertà dei media e la democrazia.

“Quandoci sono pochissime donne giornaliste, le problematiche femminili non vengono coperte, e questo ostacola la piena affermazione dei diritti delle donne nella società”, ha spiegato Nekzad, facendo notare che occuparsi di questioni femminili raramente rappresenta una priorità per i colleghi uomini.

In risposta alle persecuzioni, alcune reporter non hanno avuto altra scelta, se non fuggire in esilio, altre hanno smesso di lavorare, altre ancora hanno scelto di resistere.

Per questo RSF offre ai governi, alle organizzazioni internazionali, alle piattaforme online e ai media raccomandazioni perchéi diritti delle donne non siano più trattati come una materia taboo, e i giornalisti che vogliono occuparsene possano farlo liberamente.

Per le testate:

  • Promuovere la copertura del tema dei diritti femminili;
  • Tener conto delle necessità specifiche di coprire queste tematiche;
  • Assicurarsi che i giornalisti siano a conoscenza dei protocolli di genere;
  • Avviare iniziative per creare posizioni lavorative legate al genere (per esempio, il New York Times ha istituito la carica di “gender editor” ad ottobre 2017);
  • Tenere conto della natura specifica degli attacchi ai giornalisti (soprattutto alle giornaliste) che coprono vicende legate ai diritti delle donne;
  • Istituire una procedura d’emergenza interna per i casi di minacce;
  • Salvare degli screenshots dei messaggi di minaccia sui social network;
  • Non esitare a denunciare minacce o attacchi alle autorità.

Per i giornalisti:

  • Informarsi sull’argomento da trattare, per valutare i rischi prima di andare sul campo;
  • Prendere informazioni sulle pratiche sociali e culturali dei Paesi in cui ci si reca per lavoro, sul livello di sicurezza e sulla considerazione locale dei giornalisti;
  • Decidere insieme al proprio responsabile chi sia la persona più indicata a occuparsi di un argomento, un uomo o una donna;
  • Cercare di lavorare in team quando ci si trova in posti pericolosi;
  • Assicurarsi che le proprie fonti siano protette;
  • Cancellare tutte le informazioni di natura personale da computer, smartphone e tablet;
  • Proteggere dati professionali che possano compromettere la propria persona o le proprie fonti;
  • Non pubblicare nulla prima di aver lasciato aree controllate da milizie o gruppi armati, per evitare di essere identificati.