Albania, il costo dello sviluppo

Un’Albania ricca di contraddizioni, tra una nuova ondata di sviluppo e ataviche arretratezze, quella che è emersa dal panel “Albania Italia andata e ritorno” titolo scelto dall’omonimo libro uscito lo scorso agosto 2021 (Ed Insieme) della giornalista Ilaria Lia e che nel ricordo dei trent’anni dai grandi sbarchi sollecita una riflessione su quanto accaduto da quel momento in poi.

Moderato dalla giornalista e scrittrice Cristina Giudici, fondatrice e direttrice di “Nuove radici” il panel, partendo proprio dal ricordo della Vlora l’8 agosto 1991 a Bari si è arrivati a ragionare sul presente dell’Albania, vista da un lato orientata verso l’occidente, in fermento e pronta a cogliere ogni opportunità per stare al passo con l’Europa; dall’altro lato, invece, alle prese con difficoltà di diversa natura, terra privilegiata di traffici illeciti e speculazioni, con un’oligarchia che non lascia spazio ad altre espressioni che non siano quelle ufficiali.

Due narrazioni contrastanti proposte rispettivamente dai relatori Klodiana Cuka e Koloreto Cukali, la prima italoalbanese esperta in migrazioni e relazioni internazionali, il secondo scrittore, regista e giornalista albanese.

“All’epoca l’unica finestra per guardare il mondo era la tv italiana ed essere vicini ad una nazione così ricca culturalmente è stato importante per noi che ci ha avvicinati all’Europa – ha affermato Cukali -. Dopo 30 anni, però, la voglia di raggiungere l’Europa è la stessa, sappiamo come si costruisce un paese democratico, ma siamo diventati bravissimi a fare solo propaganda. Gli investimenti che ci sono in Albania non sono quelli che mi piacerebbe vedere per lo sviluppo della nazione”. Contraria a questa visione drastica è stata, invece, Cuka che ha riportato il suo punto di vista: “La democrazia è bella proprio perché possiamo dire liberamente il nostro pensiero e non sono d’accordo con il punto di vista di Cukali – e continua -. Oggi l’Albania è diversa, quando ero bambina c’era solo una strada, ora le infrastrutture ci sono e anche gli investitori. Io stessa sono diventata un agente di sviluppo per la mia nazione. Io vedo una nazione che cresce, solo mi dispiace che non si parla più italiano. E l’Italia non è più il punto di riferimento per gli albanesi. E aggiunge Cuka: “Con la mia associazione Integra Onlus nel 2011 ho organizzato una mostra per riflettere, a venti anni dall’esodo, chi erano gli albanesi e chi gli italiani – spiega - l’Italia negli anni non ha elaborato un modello per l’accoglienza e per l’integrazione”.

Ma la mancanza di sindacati, si pagano poche tasse il costo del lavoro bassissimo, elementi elogiati pubblicamente dal premier Edi Rama, come hanno ricordato il professore Romano e il giornalista Cukali, pesano tanto sul grado di sviluppo da perseguire. “Ricette di un paese periferico che cerca di attirare le imprese attraverso giocando al ribasso” – ha commentato Romano.

La complessità della situazione albanese necessita una riflessione più profonda sul modello di sviluppo da adottare, secondo il prof. Onofrio Romano, sociologo presso l’Università di Bari, che si rammarica del fatto che tra le due sponde, nei trent’anni, si sarebbe potuto fare di più, creare delle vere opportunità per entrambi i paesi. “Nei primi anni ’90 stavo sviluppando un progetto di ricerca sul Mezzogiorno e ho sentito il bisogno di fare il percorso contrario, di andare a vedere cosa stava succedendo di là – ha esordito il docente – e ho trovato diverse connessioni con la Puglia. oggi il dinamismo che vendiamo in Albania secondo me è di cartone tutto lustrini come la primavera pugliese. Se andiamo a vedere i dati macro si tratta di paesi arretrati ai margini dell’Europa, riescono però a millantar un’estetica della modernizzazione che attira tanto. Tra le due sponde avremmo potuto creare un destino e un’economia comune”. 

L’immagine della Vlora evocata all’inizio dell’incontro ha permesso alla giornalista Lia di tracciare il comportamento dello Stato italiano nei confronti della migrazione, a partire dalla diversa risposta data ai grandi sbarchi, di Brindisi il 7 marzo e del capoluogo pugliese l’8 agosto del 1991. Nel primo caso lo Stato ha lasciato cadere la gestione dell’emergenza interamente sulle spalle del giovane sindaco Giuseppe Marchionna; mentre nel secondo caso è intervenuto a gamba tesa, trattando tutti gli albanesi da clandestini e chiudendoli nello stadio della Vittoria, per poi rimpatriali con l’inganno. “La vera accoglienza non l’hanno fatta le istituzioni – ha detto la giornalista – ma le persone, specialmente a Brindisi e nel Salento, dove abbiamo sperimentato per primi il modello di accoglienza diffusa”. In quel momento, a Bari lo Stato italiano prende una direzione precisa e restrittiva verso chi arriva in Italia, e che la manterrà rendendola sempre più limitante, fino ai nostri giorni. E questo poi ha inevitabilmente portato la discussione a sottolineare le grandi carenze sul modello attuale di accoglienza, inadeguato a dare risposte concrete e basato ancora sull’emergenzialità. Facendo così emergere la necessità di trovare un nuovo paradigma.

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