Libia, un Paese senza Stato: pantano elettorale in vista del 24 dicembre

A 10 anni dalla caduta di Gheddafi, analisi di quel “buco nero” nel Mediterraneo che è la Libia.

Con Romana Fabrizi, Claudia Gazzini, Nancy Porsia, Ilaria Jovine

Con il quinto panel del Festival delle Giornaliste del Mediterraneo, fari puntati sul contesto libico a distanza di 10 anni dalla prima guerra civile che fece cadere il regime di Gheddafi. Romana Fabrizi, moderatrice: “Dopo un periodo di vuoto di potere, forse una possibilità per la popolazione sfinita e al tempo stesso una preoccupazione. Claudia Gazzini: “Data divisiva perché non c'è mai stato consenso tra le parti politiche e il capo del Parlamento ha firmato leggi senza seduta plenaria, per cui si pone il problema della validità. Siamo in una situazione di pantano elettorale”. Nancy Porsia, giornalista: “Si rischia di votare il presidente e che questi, con un colpo di spugna, si inventi una nuova forma di governo, mancando il quadro giuridico di riferimento. Da zona di transito, è diventata zona di emigrazione. È un Paese senza Stato”. Ilaria Jovine, regista del documentario dal titolo “Telling my son’s land”: “Non bisogna far spegnere la voce di Nancy e delle altre giornaliste indipendenti”.

A dieci anni dalla prima guerra civile in Libia, che portò alla caduta del regime di Gheddafi, il Paese dovrebbe tornare alle urne. La data è stata stabilita al 24 dicembre 2021, ma la situazione è tutt'altro che certa. La Libia e gli scenari del prossimo futuro, con uno sguardo rivolto al ruolo delle capitali europee e della comunità internazionale, sono stati centro del panel 5 della sesta edizione del Festival delle Giornaliste del Mediterraneo moderato dalla giornalista Romana Fabrizi, della redazione esteri del Tg3, redazione esteri, il 4 novembre 2021 (dalle 16.30 alle 21.30).

“Sono stati 10 anni di vuoto di potere, durante i quali si è provato più volte ad avviare un processo di stabilizzazione”, ha ricordato Fabrizi. “Dalla Libia arrivano storie di migranti. Ora forse per la Libia c'è una possibilità: il 24 dicembre, giorno in cui ci dovrebbero essere le elezioni presidenziali, ma allo stesso tempo c'è preoccupazione perché il Paese è sfinito”, ha detto. “Il 12 novembre c'è la conferenza di Parigi, siamo un anno dopo il cessate il fuoco tra Tripoli e Cirenaica”, ha ricordato prima di passare la parola a Claudia Gazzini, dell'International crisis group, che si trova in Libia: “La data del 24 dicembre è molto in forse, non è per niente una certezza”, ha detto subito. “Un anno fa, con il cessate il fuoco, le parti si erano messe d'accordo con una road map politica per le elezioni e la data venne fuori come proposta, come data simbolica, essendo quella della indipendenza della Libia, ma di fatto non è mai stata confermata”, ha spiegato.

“I problemi si sono moltiplicati nei mesi successivi. L'accordo sul governo di unità nazionale è stato trovato, ma quello sulle elezioni è molto aleatorio. È una data divisiva perché non c'è mai stato consenso tra le parti politiche su quali elezioni tenere e, nei mesi successivi, i negoziatori al tavolo non hanno ottenuto un vero consenso e la Libia è rimasta divisa: da un lato chi voleva un modello presidenziale forte che rifletta i sentimenti delle fazioni filo-egiziane, filo-emiratine e dall'altra parte, quelli che volevano un sistema parlamentare. Per mesi questo dibattito è andato avanti: la Libia e le Nazioni Unite non sono riuscite a risolverlo. E la palla è passata al Parlamento che a settembre-ottobre ha unilateralmente proposto delle leggi che dovrebbero governare queste elezioni: una per le elezioni del presidente e una legge per le elezioni presidenziali, ma non tutti in Libia lo accettano e proprio in questi giorni, nelle hall degli alberghi, si sta cercando di affrontare i problemi”, ha detto Gazzini.  Il più importante: “Ci si chiede se siano valide queste leggi. Sono state firmate dal capo del Parlamento, senza seduta plenaria, per cui molti esponenti politici dicono che non possono essere accettate e minacciano di fare ricorso in tribunale e forse lo stanno già facendo”. Secondo problema: “La sequenza delle elezioni, le leggi prevedono prima di fare le elezioni del presidente e poi, data con specificata se non mesi dopo, le elezioni del parlamento”.

Premesse elettorali

Si sta negoziando?”, ha chiesto Romana Fabrizi. A rispondere è stata Gazzini: “Non proprio. Le Nazioni Unite hanno adottato una posizione molto compiacente, hanno solo celebrato il fatto che il Parlamento ha adottato queste leggi e non ha fatto critiche. La posizione della comunità internazionale sembra avallare le elezioni.  L'idea – ha aggiunto -  è meglio andare avanti su basi imperfette, che non avere elezioni, ma questo crea una situazione di grande instabilità. D'altronde, qual è la scelta? Posticipare le elezioni e tornare al tavolo dei negoziati senza riuscire a quagliare un consenso. Un dilemma, non solo per i libici, ma anche da parte della comunità internazionale e degli osservatori chiamati a decidere cosa dire per uscire da questo pantano elettorale”.

Fabrizi è intervenuta per ricordare che, come riportato su alcuni articoli di giornale, l'Onu metterà a disposizione fondi del programma dello sviluppo per organizzare le elezioni.

Sembra che la comunità internazionale sia interessata alla stabilizzazione della Libia, ma c'è qualcuno che sottobanco fa anche un gioco contrario?”, ha chiesto. “E l'uscita dei mercenari dal territorio in che modo è possibile?”, ha chiesto ancora.

Gazzini ha risposto: “I problemi in Libia non sono solo le elezioni, c'è anche quello del coinvolgimento degli attori internazionali a sostegno delle fazioni. Alcuni dei Paesi intervenuti hanno interesse a mantenere lo status quo: i russi, per esempio, hanno un vantaggio per rimanere, idem per i turchi che sono riusciti adesso a consolidare una base principale al confine con la Tunisia. E certo, una Libia con un presidente eletto, con nuove autorità legittime potrebbe mettere in discussione tutto ciò”, ha detto. “Credo che gli attori internazionali si professino sostenitori del processo Onu, io non vedo attività di spoileraggio delle elezioni da parte di questi Paesi. Almeno non apparentemente. Certo, ci viene detto che c'è uno zampino egiziano nel lavoro del Parlamento, nel passare unilateralmente le leggi che sembra quasi che siano state fatte per creare dissidio, mancanza di consenso e quasi per fare implodere l'idea delle elezioni. La Libia è una realtà difficile, per cui è difficile immaginare che un attore riesca a manovrare tutte le fazioni. Il caos è il risultato di eventi che si susseguono”, ha precisato.

Quanto al ritiro dei mercenari: “Doveva essere una pre condizione alle elezioni: in questo anno di transizione, la Libia doveva tornare a essere libera e indipendente e si doveva vedere la ripartenza dei mercenari che non c'è stata”, ha detto Gazzini. “Il mantra è diventato: solo con le elezioni e solo con un governo legittimo si potranno rimuovere le forze mercenarie. Quindi la narrativa in Libia è cambiata”.

Nancy Porsia sulle elezioni: “All'epoca questa fu una scelta molto criticata”

Per evidenziare i cambiamenti in atto e i possibili scenari, è intervenuta Nancy Porsia, giornalista freelance specializzata in Nord Africa e Medio Oriente e traffico di esseri umani nel Mediterraneo, l’unica italiana di base in Libia dalla fine della rivoluzione e sino al 2016 per raccontare la guerra civile. È stata tra l’altro autrice dell’inchiesta sul comandante della Guardia Costiera libica Bija, pubblicata nel dicembre del 2016.

“Le elezioni del 24 dicembre sarebbero dovute essere presidenziali: sono state annunciate dall'ex inviato speciale delle Nazioni Unite prima di lasciare l'incarico, ma già all'epoca questa fu una scelta molto criticata perché si poneva un limite temporale in un contesto in cui non c'erano le premesse per una road map con tempistiche sicure”, ha detto Porsia. Per quale motivo? “Si terranno elezioni presidenziali e non legislative che, in un primo momento, dovevano tenersi in contemporanea, ma in realtà entrambe si sarebbero dovute tenere dopo il referendum sulla costituzione, già scritta nel 2017 ma mai posta a referendum. Questo è il vulnus della Libia, in guerra civile dal 2014 con quello che io chiamo il mostro a due teste, 2 amministrazioni, 2 governi, 2 banche centrali. Si è avuta la possibilità di una riunificazione con nomina quasi tecnica avvenuta a Ginevra che ha portato a governo di transizione. Nel frattempo i due attori principali, il primo ministro ad interim e il generale, teoricamente non avrebbero potuto correre per le elezioni e, invece, entrambi hanno fatto votare emendamenti per cui possono concorrere alle nuove elezioni presidenziali”, ha evidenziato la giornalista. “Il problema è il quadro giuridico di riferimento, nel senso che si rischia di votare il presidente e che questi possa -  con un colpo di spugna -  inventarsi una nuova forma di governo, mancando il quadro giuridico di riferimento”.

“Se queste elezioni si riuscissero a fare, il perdente sarebbe disposto ad accettare il risultato?”, ha chiesto la moderatrice del panel? Porsia: “Comunque vada, potrebbe andar male. Non voglio essere negativa, però la mossa fatta dal Parlamento attuale, lascia a desiderare nel senso che fa presagire una certa mala intenzione: ha votato la sfiducia al governo unitario e questo, a me, suona come una sorta di passaggio propedeutico in caso di sconfitta alle prossime elezioni, nel caso in cui si terranno, per rivendicare la illegittimità delle stesse elezioni fortemente caldeggiate da Tripoli”, ha detto.

“Le Nazioni Unite hanno ribadito il loro sostegno alle elezioni e di fatto per me di fatto è un dejà vu. Anche nel 2014, quando ci furono le elezioni legislative, ci fu comunque un cavillo giuridico che portò le due fazioni rivali a rivendicare la propria legittimità. La sfiducia, mi fa pensare a una sorta di strategia simile adottata nel 2014. Si spera, quindi, che elezioni si tengano perché sarebbe una sorta di fallimento che libici e comunità internazionale non so come riuscirebbero a gestire, ma anche in caso di elezioni, la tenuta è in dubbio”.

Una società civile allo sbando

“Cosa prova la gente comune? Ci sono nostalgici di Gheddafi? C'è qualcuno che pensa che si stava meglio quando si stava peggio?”, ha domandato Romana Fabrizi. A rispondere Porsia: “La gente comune è sfiduciata. La società civile è completamente disintegrata e oggi i rivoluzionari della prima ora, ossia quelli che hanno creduto in una Libia nuova, sono in procinto di prendere la via del mare e quasi tutti si attrezzano per lasciare il Paese perché non si vede il futuro”, ha sottolineato. “La corruzione, in tutti i Paesi in cui c'è una cronicizzazione del conflitto armato, in Libia come in Siria, porta alla sostituzione dell'economia normale con economia di guerra che, altro non è, un massacro, un assalto delle milizie a tutti gli asset nazionali, per cui è chiaro che il Paese viene svuotato e la gente va via, anche in maniera trasversale rispetto alla fasce d'età, dai 20enne, ai 40enni, 50enni, ai professionisti che vorrebbero garantire un futuro ai figli. Vanno via le famiglie via mare”, ha ricordato. “Laddove la comunità internazionale ha provato a chiedere una sorta di partnership sulla questione della migrazione irregolare, forzando la mano e facendo accordi con personaggi che in realtà sono coinvolti nel traffico, ha creato una emergenza nell'emergenza. La Libia, quindi, è passata da essere Paese di transito a Paese di emigrazione”.

“Cosa può fare la comunità internazionale? E quali sono gli errori da evitare?”, ha chiesto la moderatrice. Gazzini: “È molto facile fare errori se ti basi su analisi sbagliate e se chiudi gli occhi di fronte alla realtà: sono questi gli errori fatti in passato, decidere le linee politica e militare sulla base della mancata comprensione della realtà sul campo o fuorviando l'analisi per i tuoi interessi personali. Serve, quindi, un'analisi onesta. Dico questo perché mi sembra che in queste settimane, capitali europee ma anche l'Onu cerchino di presentare una realtà che non è quella, come se mancassero solo i cedolini elettorali. Siate onesti, abbiate il coraggio e dite che ci sono problemi e che le leggi elettorali, come sono state passate, sono in problema”, ha detto.

“Se non lo dici, non puoi nemmeno proporti di risolvere e tornare a una mediazione attiva. I libici hanno un grande timore di dire: 'accettiamo un ritardo di qualche mese', perché nella loro esperienza, c'è la convinzione che se si posticipano le elezioni anche di un giorno, poi non si fanno più”, ha rimarcato. “È tempo di tornare alle mediazioni, ascoltare i libici non da Ginevra, e cercare di risolvere i grossi ostacoli, con onestà ed empatia.

I candidati

Quanto ai candidati alle elezioni: “Abdelhamid Dbeibah è il più rappresentativo leader politico dopo Gheddafi, dal punto di vista caratteriale, nel senso che è libico, un business man, non è tecnocrate, non è un politico. Sta provando a giocarsi una carta, parla e non accetta supinamente, si sporca le mani e sta facendo accordi con lobby criminali, ma questo rientra in una sorta di pacificazione, dal mio punto di vista, del confronto politico libico: parla con i trafficanti. Se dovesse vincere lui, la sua capacità negoziale, in quanto libico, potrebbe portare a una sorta di smilitarizzazione e quindi di rilancio dell'economia fatta di imprese che non sia fatta da traffici illeciti. Non faccio pronostici, perché le varianti sono tantissime. Credo però che sia il più rappresentativo di tutti”, ha detto.

La parola è poi passata a Gazzini: “Deba è abile nel parlare con tutti, ma poi non tutti vogliano parlare con lui”.

Vivere la Libia da dentro

A seguire, l'intervento di Ilaria Jovine, regista del documentario dal titolo “Telling my son’s land” assieme a Roberto Mariotti, in cui la Libia viene raccontata da Nancy Porsia, avvalendosi anche dell’archivio della giornalista realizzato in 5 anni: “È stata un'immersione nella terra libica con Nancy Porsia”, ha detto. “L'incontro con lei è stato del tutto casuale, in occasione della consegna del premio Colombe d'oro per la pace nel 2017. Le riprese sono partite dal suo nono mese di gravidanza. C'è stato anche l'intento di sfatare la mitologia del reporter di guerra, soprattutto quando si tratta di una donna, secondo cui vengono dipinte come esseri che hanno doti speciali. Abbiamo restituito il lato privato e umano e rimarcato l'importanza di una voce indipendente, da free lance, non bisogna far spegnere la voce di Nancy e delle altre giornaliste ospitate nel vostro Forum perché sono libere di conoscere, calarsi nei territori e ascoltare concedendosi il tempo per afferrare la realtà che si vuole raccontare. Sono dei privilegi perché sono costosi, ma credo siano la sfida di oggi per rimandare attaccati al dato di realtà”.

Nancy Porsia ha raccontato la sua esperienza: “Il tempo mi ha dato ragione, ma per un periodo prolungato mi sono sentita una sorta Cassandra, se non una matta invasata che diceva cose che suonavano importanti solo a se stessa. Il punto è che quando ho iniziato a mettere assieme i nomi e i cognomi di un network criminale e ho capito che ero di fronte al primo cartello libico, sapevo che pubblicare questa inchiesta avrebbe compromesso il mio accesso al Paese. Ne ero consapevole, non ho peccato di ingenuità, è stata una scelta razionale, deontologica, etica: ho deciso di denunciare perché non potevo barattare la mia carriera o, meglio, la vita umana con la mia carriera. Ero lì da 4 anni, riuscivo a raccontare un Paese dal punto di vista divulgativo e sociologico. Ho cercato a raccontare i libici, un altro mondo, le storie in cui vengono fuori le persone e le problematiche e il più bel complimento che abbia potuto ricevere come giornalista è che una penna, dopo anni, è tornata a scrivere con un approccio decoloniale. È stato bello, ma non indolore. Nel 2011, quando sono arrivata per la prima volta a Tripoli, avevo come gancio a Tripoli la Brigata che sarebbe quella ritenuta come “Al qaida libica” e ho capito che tutto quello che veniva raccontato dalla stampa era quanto di più fuorviante si potesse immaginare. Eravamo di fronte non ad Al Qaida ma gruppi di giovani. Sono poi incappata, lavorando sul dossier dei 4 italiani rapiti a ovest di Zuarava nelle bande che si riteneva fossero implicate e da quel momento in poi, ho lavorato sui gruppi armati a ovest di Tripoli e in seguito mi sono ritrovata a scegliere: continuare a stare sul campo, raccontando le dinamiche sociologiche o denunciare e ho appunto denunciato e non mi hanno più dato il visto. E anche se non sono mai stata definita persona non grata, sono stata minacciata di morte e il dato per me più grave delle conseguenze che ho dovuto affrontare, è stato l'isolamento da parte del mondo del giornalismo.

Chi ha fatto cordone attorno a me è stato “Articolo 21”, con il presidente Giuseppe Giulietti della Federazione nazionale della stampa che ha fatto quanto in suo potere per far sì che si conoscesse la mia storia. Quello che non avevo preventivato è stato l'atteggiamento di isolamento da parte dei colleghi che, come me, si occupavano di Libia. Mi ritengo fortunata perché ho avuto una copertura mediatica abbastanza importante, ma penso a tanti freelance. Io sono stata anche messa sotto intercettazione per 6 mesi, non essendo indagata: la dice lunga sulla sensibilità delle informazioni a cui era arrivata eppure in Italia quello che io chiamo 2il circo dell'informazione” ha preferito mettermi da parte perché non ero tra i big e questo penso sia di assolutamente riprovevole. Per il resto the show must go on. Gli ufficiali che ho denunciato nel 2016 sono ancora lì, ma io sono testarda dal punto di vista caratteriale e come giornalista credo che il giornalismo sia il quarto potere come watch dog dei governi, della democrazia. Faccio oro della esperienza accumulata, ma credo di essere un caso fortunato perché sono viva, posso parlare avendo avuto un minimo di copertura che altri colleghi che hanno fatto lavori come mio e migliori non hanno avuto”.

Migranti, da dove cominciare

Fabrizi ha ripreso la parola per affrontare la questione migratoria: “La politica internazionale – ha detto – è un po' ovunque della scarica migrante, paghiamo Paesi perché li trattengono, paghiamo Paesi perché li riprendano, invece che spendere denaro per le vie legali e giriamo la testa dall'altra parte. L'impressione è diventano numeri, numeri sempre più grandi. Claudia Gazzini, da dove si deve cominciare?”

Gazzini: “È una domanda che non ha risposta immediata. Ma prima di rispondere, vorrei tornare sulla questione del giornalismo in Libia: non c'è copertura giornalistica, ma negli ultimi anni anche prima del Covid, non ce n'è, n'è istituzionale né free lance. Nessuna va nell'est o nel sud della Libia dove ci sono storie tragiche, per cui il mio è un appello affinché non siano solo i poveri free lance, ma anche le testate istituzionali nazionali ed esteri a scrivere la colonnina di tanto in tanto a scrivere”, ha detto.

“Quanto alla questione migratoria in Libia, domanda da un milione di dollari, la risposta più semplice sarebbe dire: 'guarda la Libia era un polo di destinazione della migrazione, era la Svizzera della migrazione ai tempi di Gheddafi, si andava in Libia per lavorare, era un cantiere aperto e la manovalanza per lo più era impiegata per lo sviluppo infrastrutturale. La domanda è: abbiamo bisogno di una stabilizzazione politica e economica della Libia anche per favorire un ritorno a questa dinamica, dove la Libia diventa un polo di attrazione e impiego dei giovani dell'Africa Sud-Sahariana che arrivano sulle coste libiche? È un'utopia, lo diciamo da anni. Ci vuole da parte della Libia un cambio giuridico sulla questione migratoria: uno dei problemi che riguarda il maltrattamento nelle carceri è il fatto che l'immigrazione clandestina è considerato un crimine, punibile con la carcerazione”, ha ricordato.

“Da parte nostra, europea, non basta lavorare con la Guardia costiera, bisogna pensare al sud che è grande punto di entrata dei flussi migratori. Io stessa nel 2018 ho scritto un rapporto su questa parte, in cui avevamo lanciato l'idea di cercare di investire nel settore agricolo -cosa che può sembrare senza senso- perché è una zona di deserto, ma ai tempi di Gheddafi c'erano aziende agricole statali e l'idea era irrigare il deserto per rilanciare le imprese e dare lavoro ai migranti che venivano dal Niger. Un po' si è fatto, ma non abbastanza. Il messaggio principale che va ricordato, sia alle autorità italiane che a Bruxelles, è che la questione migratoria dalla Libia si affronta risolvendo la questione libica nel suo complesso”.

Dialogo, essenziale per le elezioni

La moderatrice, infine, ha chiesto a cosa dobbiamo puntare per arrivare alle elezioni? Dobbiamo puntare a queste elezioni o lavorare su elezioni diverse? “Sarebbe stato meglio andare alle elezioni con progressi sui vari fascicoli”, ha risposto Gazzini. “Riuscire a portare avanti un negoziato tra le fazioni militari per l'unificazione, rimpatrio dei mercenari presenti in Libia, risolvere i contenziosi economici. Da adesso a due mesi, l'importante è riuscir a creare momenti dialogo: ieri, ce n'era uno a Tripoli tra vari esponenti politici, tra membri del Parlamento, del Consiglio di Stato rivale, persone che hanno posizioni diversi sulle elezioni e ho notato che c'era un tono di rispetto, una volontà a portare avanti il dialogo politico. L'importante è mantenere un tono di rispetto e tolleranza nei confronti degli altri, mentre in passato c'era molta aggressività. Mi auguro che dalle capitali europee non ci sia una cieca accettazione della realtà e che si cerchi di mediare e da parte della stampa libica mi auguro onestà nel raccontare e da un punto di vista della stampa italiana, dico: 'Andate in Libia', Rai andate anche voi a capire come stanno le cose”, ha concluso.

Porsia: “L'onestà, onestà intellettuale sarebbe già un contributo a un percorso di pacificazione della Libia. Purtroppo sappiamo che il Paese paga il prezzo per essere una torta importante sullo scacchiere della geopolitica ed è anche una sorta di pomo d'Adamo nel consesso europeo. La disonestà che attraversa il campo dell'informazione risiede nel fatto che la Francia – e lo dico più da analista e non da giornalista – è stata doppiogiochista nel dialogo partito nel 2014: da una parte sedeva al tavolo dei negoziati delle Nazioni Unite e dall'altra armava il generale. E questo ha un effetto a catena sul cortocircuito informativo”, ha spiegato. “Mettiamoci, poi, la pigrizia nel giornalismo nell'innalzare il livello di analisi. Fa comodo raccontare di migranti ma diventa difficile raccontare il Paese nella sua complessità politico-sociale. Per cui, fondamentale sarebbe avere più giornalisti che entrino nel Paese per raccontare ciò che succede all'opinione pubblica, mentre generalmente i colleghi che entrano preferiscono parlare con i migranti e questo è solo una sfaccettatura di un problema più complesso. La Libia è un Paese senza Stato. Non si può chiedere a un popolo e a una persona che non ha il pane di darti del pane. Se, per oltre 40 anni, non hanno conosciuto i diritti umani, come si fa chiederne il rispetto. Questa rappresentazione sfalsata della Libia come un corridoio migratorio è come se i libici avessero nel loro Dna violenza. Il problema, a monte, è la mancanza di cultura dei diritti umani. I libici hanno diritto in prima battuta all'autodeterminazione con i loro tempi, mentre oggi assistiamo a una guerra per procura. La storia della guerra civile è, per me, superata ma viene sistematicamente ravvivata. In Libia hanno ben chiaro di avere un'alternativa. Per quale motivo? Perché hanno dalla loro i petrodollari: lo sanno, ce l'hanno molto chiaro. A differenza dei Paesi poveri africani, dove non c'è un'economia che può garantire un welfare, i libici sanno che se dovessero smettere di parlare le armi, vivrebbero tutti bene: sono solo 5 milioni in una terra che di suo potrebbe far campare senza lavorare tanta gente. Purtroppo sono stati sostituiti nell'arena politica, da tante lobby straniere. Rispetto all'onestà intellettuale di giornalisti e politici, sono sempre più scettica”, ha detto.

“Non tutti i libici sono colpevoli per il semplice fatto che sono libici”

Fabrizi: “Da parte mia posso dire, anche a nome dei colleghi che lavorano agli esteri, c'è la volontà di dare sul posto ma entrano in ballo situazioni di sicurezza e altre. Mi auguro che ci sia sempre l'occhio per argomenti esteri e che ci sia sempre più analisi, forum, partecipazione e quindi anche uno stimolo tra istituzioni, media e agenzie di stampa e che ci sia il riconoscimento e l'aiuto professionale fa il free lance e si prende la responsabilità e il rischio di andare a vedere. Mi auguro che la Libia riesca a fare un piccolo passetto in avanti, non so come e quanto: abbiamo capito che non riusciremo a fare tutto con queste elezioni del 24 dicembre, se mai ci saranno, però che ci sia almeno il confronto senza astio”.

Gazzini ha ripreso la parola per raccontare un caso di libici in carcere in Italia: “Sono stati giudicati colpevoli di un naufragio avvenuto a Ferragosto del 2015, una strage in cui morirono quasi 50 persone. Un gruppo di quattro poveri ragazzi che erano passeggeri a bordo, giocatori che sognarono una vita in Europa, fu ritenuto dalle nostre autorità giudiziarie responsabile per una facilità nel pensare che a bordo c'era un libico, che il libico è scafista e quindi lo scafista è responsabile della morte. Il caso, purtroppo, ha portato a una condanna a 30 anni”, ha ricordato. “Cito questo per dire: 'ricordiamoci che non tutti i libici sono colpevoli per il semplice fatto che sono libici'. Lo dico anche perché ho notato che sono solo le donne giornaliste che hanno dato eco a questa storia, hanno provato empatia e hanno voluto sentire una versione diversa da quella ufficiale raccontata da giudici in indagini problematiche. In Italia, con l'eccezione di pochi giornalisti maschi, nelle testate tendono a essere le donne a a raccontare un'altra verità anti istituzionale su questi abusi, sui quali noi, come sistema Italia, ci stiamo rendendo colpevoli che cambiano la vita a ragazzi innocenti”, ha concluso.

Fabrizi: “La superficialità è quella che dobbiamo cercare di evitare in questi tempi veloci e ritrovare coraggio e gentilezza anche nel confronto”.

Jovine: “Sottolineo l'importanza di un Forum come questo dedicato alle giornaliste, perché credo che lo sguardo femminile nel documentare certe questioni, sia quello che di fatto ha volontà di raccontare i pezzi umani che si celano dietro le macro questioni di geopolitica e sono quelle in cui è nascosta la chiave per risolverle. L'iniziativa del forum è lodevole. Faccio un appello non solo ai giornalisti, ma anche all'opinione pubblica: noi, in quanto spettatori, dobbiamo liberarci dalla pigrizia di subire le notizie e andare a fare un lavoro di ricerca, ognuno per le proprie possibilità, andando a scovare le voci che meglio possono rappresentare la realtà evitando di restare seduti su narrazioni facili. Premiamo le voci coraggiose”.

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Forum Mediterranean Women Journalist: FMWJ 2020