Congo, 50mila bambini schiavi nelle miniere

La situazione della repubblica democratica, dove nelle ultime ore c'è stato un nuovo attacco delle milizie armate, al centro del secondo panel del Festival delle Giornaliste del Mediterraneo. Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di Africa Express: “Continuano a morire persone, a bruciare case e non si fermano le violenze sulle donne”. Rebecca Kabuo, human rights defender: “Sono stata in prigione a causa delle manifestazioni per reclamare i miei diritti”. Micheline Mwendike: “Quando abbiamo iniziato pensavamo a Mandela. Necessario che il popolo si faccia sentire e che i leader rispondano alle istanze del popolo. Beatrice Marzì, direttrice delle Operazioni di Still I Rise: “Lavoriamo per portare a scuola i bimbi per poi spostarli in istituti pubblici e per fornire supporto alimentare ed igienico”

Mattina e sera, anche per più di 12 ore di fila, sono schiavizzati nelle miniere del Paese, per aiutare le famiglie. Sono circa 50mila i bambini che, in Congo, sono usati come bestie da soma per il ricco Occidente, per tirare fuori dalle viscere della terra oro, cobalto, coltan e altri minerali preziosi che serviranno per costruire una vasta gamma di utilità, dai cellulari ai missili nucleari.

Un dramma nel dramma degli attacchi armati delle milizie vissuto dalla Repubblica democratica del Congo che conta 90 milioni di abitanti. La situazione del più grande Paese anglofono è stata al centro del secondo panel della sesta edizione del Forum delle Giornaliste del Mediterraneo dal titolo “Congo-K, miliziani e resistenza”, moderato da Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di Africa Express.

“L'ultimo attacco è avvenuto nelle scorse per mano di gruppi armati che fanno il bello e il cattivo tempo. Continuano a morire le persone, vengono bruciate le loro case e portano via donne e bambine. Lo stato di emergenza istituito da maggio di quest'anno è servito a ben poco”, ha sottolineato Toelgyes che ha poi passato la parola a Rebecca Kabuo, human rights defender Lucha, acronimo di Lotta per il cambiamento, un movimento non violento creato a maggio del 2012. Kabuo è stata arrestata diverse volte e ha ricevuto il premio internazionale “Donne coraggio”. “Alle volte si ha paura, ma bisogna andare oltre e resta necessario sensibilizzare la popolazione perché la lotta è un processo lungo”.

Perché è stata arrestata? “Sono stata in prigione a causa delle manifestazioni per reclamare i miei diritti e per aver infranto la paura”, ha spiegato Kabuo. “Ero andata a rivendicare i miei diritti alle autorità. Qui si chiede anche l'elettricità, un servizio di base. Talvolta mi hanno torturato”, ha aggiunto.

Micheline Mwendike, giornalista e fotografa, attivista del mouvement Lucha, lutte pour le Congo, ha illustrato la sua esperienza e quella del movimento. “Il Congo è un Paese bellissimo e dopo aver visto e conosciuto la realtà ho cercato di dare il mio contributo a donne e minori abusati e ho iniziato, poco alla volta a lavorarci. Ho anche cominciato a quantificare quanti soldi vanno dispersi nel processo di cambiamento iniziato venti anni fa con l'arrivo delle organizzazioni non governative. Restano la corruzione e la paura di parlare dei temi sensibili e questo mi ha indignato”, ha detto. “Ho anche cercato di entrare a far parte di un partito politico e mi hanno detto che avrei dovuto pagare la mia tessera. Ho aderito a quest'avventura per portare un cambiamento, mettendomi in gioco come attore e non solo parlando di donne che soffrono. Le donne che soffrono siamo noi, sono anche io. I militanti di Lucha parlano non per gli altri, ma per noi, noi che andiamo a prenderci l'acqua facendo chilometri. Sembra che ci sia lo Stato, ma non riesce a proteggere e restano le milizie armate. Ci sono quasi 2 milioni di sfollati in questo momento e non si contano nemmeno più i morti”, ha detto.

Democrazia superficiale

Che fine ha fatto la democrazia? ha chiesto Cornelia Toelgyes. “La democrazia è l'effetto di due parti, la prima è quella del popolo, il secondo è la struttura che emana dal riconoscimento del potere del popolo”, ha risposto Mwendike. “Per cui per arrivarci, è necessario che il popolo congolese esiga i propri diritti e dall'altro i leader devono rispondere alle istanze del popolo. La buona notizia è quella di esistere come movimento e popolo.

In superficie siamo una specie di democrazia con tanto di elezioni, ma è un processo richiesto, per esempio nel 2012 abbiamo pagato un altissimo prezzo: ci sono attivisti che ancora soffrono per le torture subite, un amico ha perso un occhio, un altro è stato bruciato a casa sua, tre militati sono morti solo per aver chiesto la pace. Noi continuiamo a batterci”, ha sottolineato.

Obiettivo: futuro

In che modo il Congo guarda il futuro? “Ci sono molti bambini che non possono vivere la loro infanzia, sono 50mila quelli lavorano nelle miniere, che sono soldati. C'è una nuova legge che dovrebbe entrare in vigore con la quale il lavoro dei minori sarà archiviato nel 2025, ma ho i miei dubbi perché c'è una legge del 2018 al riguardo eppure oggi sono circa 50mila minori che lavorano nelle miniere”.

Beatrice Marzì, direttrice delle operazioni di Still I Rise, onlus che ha sede in Italia e che opera nel settore dell'educazione in Siria, Grecia, Turchia, Kenia e Congo, ha spiegato il modus operandi. “Due sono i tipi di approccio: uno è di sviluppo ed è portato avanti nei Paesi più stabili, l'altro è di tipo emergenziale, e la differenza sta nel fatto che si tratta di interventi a breve e lungo termine”, ha detto. “Riusciamo ad aprire le scuole che danno diploma a rifugiati, apolidi, sfollati. In Congo, paese instabile dal punto di vista politico e sociale, lavorano nel Sud e i nostri studenti sono i bambini che lavorano nelle miniere”, ha sottolineato. “Il nostro scopo è riabilitarli e lo facciamo attraverso un percorso che dura 2 anni, per poi spostarli nelle scuole pubbliche. Allo stesso tempo diamo supporto alimentare ed igienico per la famiglia perché in questo modo i bambini non devono lavorare. È lo stesso approccio che applichiamo in Siria”. Marzì ha ricordato che si tratta di progetti che non si impongono dall'alto e che lo studio di fattibilità iniziale dura un anno.

“Questi progetti sono bellissimi, ma bisognerebbe chiedere alla popolazione ciò di cui hanno bisogno”, ha rimarcato Rebecca Kabuo. “La partecipazione è importante. Il problema è come fare per avere scuola e sicurezza assieme”.

Mwrndike: “Bisogna cambiare se stessi, ad esempio rifiutando la corruzione”

A seguire è intervenuta Micheline Mwrndike: “Il Congo non è una vecchia democrazia, non è Paese che ha base culturale. Quando abbiamo cominciato la nostra lotta, pensavamo a Mandela messo in prigione, ma la realtà è stata dura e abbiamo visto amici morire. L'importante è sentirsi parte della storia. Bisogna cambiare se stessi, ad esempio rifiutando la corruzione”. Mwrndike ha raccontato del suo arresto e della reazione della famiglia: “Sono state arrestata una sola volta e mia madre si chiedeva perché, diceva che ero una ragazza buona. Non la consolava sapere che la ragione non era che fossi cattiva, ma che era diversa. È chiaro che la famiglia si prende la responsabilità con te, ti accetta per quello che sei”.

Come si possono fermare le milizie armate? ha chiesto Toelgyes.

La risposta data dalle donne del panel è stata duplice: riforma del settore di sicurezza e riforma del sistema giudiziario.

L'ultima parte del panel è stata dedicata alle donne vittime di violenza: potrà mai esserci una giustizia per loro? Micheline Mwrndike: “È necessario che ci sia la lotta all'impunità e allo stesso tempo una giustizia riparatrice che sia in grado di ridare alla donna orgoglio e dignità dopo le violenze subite”. Rebecca Kabuo: “Si parla di responsabilità affinché ci sia giustizia. Ci sono donne che non hanno il coraggio di chiederla quando subiscono abusi e violenza psicologiche, ma devono farlo per avere giustizia”.

La moderatrice, infine, ha invocato pene severe anche per gli occidentali che compiono simili reati: “Ho le lacrime agli occhi, ho vissuto per molto tempo in Africa e chi si macchia di questi reati, è come se le avessero fatti a mia figlia. È necessario insegnare il rispetto per la donna, non solo in Congo ma in ogni parte del mondo”.

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