Bullismo istituzionale e mansplaining: il trattamento di Fassino alla relatrice ONU sulla Palestina

Di Marilù Mastrogiovanni e Luigi Cazzato

Bisogna vederla fino in fondo la seduta della Commissione esteri, che ha audito la relatrice speciale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati da Israele dal 1967, Francesca Albanese, nell’ambito della discussione congiunta delle risoluzioni sul rilancio del processo di pace in Medio Oriente.

Bisogna vederla fino in fondo e ascoltare tutti i 62 minuti e 29 secondi.

Dei quali, 20 sono stati monopolizzati da Piero Fassino che ha attaccato la Speciale Rapporteur Onu, collocandola sul banco degli imputati per mancanza di terzietà.

In tutto, l’esperta indipendente delle Nazioni unite, ha potuto parlare 28 minuti, solo 8 in più del presidente. Ed era una audizione a lei dedicata.

I primi 15 minuti sono stati lasciati alla relatrice Onu, per esporre la sua relazione. Albanese da una parte ha provato a contestualizzare la situazione corrente, dall’altra a leggerla attraverso il “prisma della legalità”. La rapporteur ha espresso una forte perplessità sulla definizione di “conflitto” per indicare la situazione israelo-palestinese, in quanto “conflitto” ha un significato ben preciso dal punto di vista legale: non si tratta di un conflitto, ha detto, anche se la conflittualità è marcata ed evidente. La realtà, ha precisato, è quella di un’occupazione militare che dura da 55 anni e che si è trasformata in un veicolo di colonizzazione, rifacendosi al significato giuridico del termine. Colonizzazione che Israele pone in atto nei confronti del territorio dello Stato di Palestina, di cui controlla, facendo riferimento alla Cisgiordania, il 60% del territorio, come se in Italia il territorio da Roma in su fosse controllato da un altro Stato. Il controllo avviene a mezzo di legge marziale e a mezzo di espropriazione, ha specificato Albanese, che è andata a fondo analizzando nel dettaglio il livello di violazione del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese.

Francesca Albanese ha dovuto poi usare altri 13 minuti soprattutto per rispondere alle accuse di Fassino, che aveva pronto un piccolo dossier su Albanese, tirato fuori per metterla all’angolo, stigmatizzandola non solo per il suo intervento ma per alcune affermazioni su un magazine, che lei ha negato di aver rilasciato.

Ma che cosa ha fatto infuriare tanto il parlamentare Pd?

Il fatto che Albanese proponesse, accanto alla lettura giuridica, una lettura storica dei fatti fuori dalla narrazione mainstream occidentale. Questa, per Fassino, è “mancanza di terzietà”, un’accusa rivolta ad Albanese proprio nel momento in cui Fassino mancava di terzietà in qualità di presidente della Commissione esteri. E, paradosso nel paradosso, mancava anche di lettura storica onesta: l’altra accusa che Fassino ha rivolto alla relatrice ONU.

Perché cos’è, se non mancanza di lettura onesta della storia, l’ulteriore accusa rivolta ai palestinesi dal Presidente di aver rifiutato la nascita di un loro stato nel 1947? Cosa doveva fare il popolo palestinese nel momento in cui gli veniva tolta la metà del proprio territorio per vederlo offrire agli ebrei, perlopiù arrivati dal continente europeo dove erano stati perseguitati e massacrati? La storia, se vogliamo raccontarla per intero e dall’inizio, dice che tutto comincia nel 1917. Quando Balfour, il ministro degli esteri del governo britannico (dal 1922 al 1948 la Palestina fu una colonia britannica) con una lettera alla comunità sionista inglese dà l’OK alla campagna di costruzione in Palestina di “una casa per il popolo ebreo”. Ma la domanda è: non c’era già un popolo su quel territorio? Certo che c’era, ma l’ideologia colonialista europea non lo considerava tale: i palestinesi, nonostante fossero la maggioranza, erano quasi invisibili agli occhi dei britannici prima, a quelli dell’ONU poi. Da qui l’espulsione in massa dei palestinesi dalla Palestina nel 1948. Loro la chiamano Nakba, parola araba per indicare la “catastrofe”.

Questa narrazione basata sui fatti della storia, che Fassino pure chiedeva, l’ha fatto evidentemente infuriare. Forse l’ha fatto infuriare ancora di più che questo tipo di ricostruzione venisse da una donna, chiamata en passant anche “signora”, come da cliché. Una donna che, nonostante abbia qualche decina d’anni in meno, vanta una competenza, riconosciuta a livello accademico e internazionale, superiore alla sua.

Che fosse questo il problema è stato subito evidente, per le parole e per i gesti alla Totò, con i quali ha sbeffeggiato la giurista.

Le ha spiegato come va il mondo e qual è la Storia con il tono e con i gesti del maestro che spiega, rimproverandola, la scolaretta discola.

“Imbarazzante”, ha detto Boldrini che ha provato più volte a interromperlo, per farlo ritornare all’ordine del giorno, ossia l’ascolto della Speciale Rapporteur. “Non può aggredire così una…” ha detto Boldrini, a cui Fassino ha tolto la parola: “Non mi insegni come fare il presidente, siccome lei è stata presidente della Camera crede di potermi dire cosa devo fare”.

Boldrini lo ha accusato di mancanza di terzietà: un botta e risposta in cui, di nuovo, Fassino ha attaccato sul piano delle competenze e dei ruoli, salendo sul piedistallo del mansplaining: “Mi occupo di questioni mediorientali e israelo-palestinesi da più di 50 anni. Quindi lei è docente universitaria e io non lo sono, è avvocato e io non lo sono, però guardi che sul piano storico ne sono almeno quanto ne sa lei. Tanto per essere chiari”, ha detto rivolgendosi ad Albanese

E poi, ha rivolto il suo bullismo istituzionale verso Boldrini:

Fassino: “Boldrini, qui presiedo io, non presiede lei, va bene”?

Boldrini: “Non ho mai visto una cosa del genere in questa Commissione”

Fassino: “Ecco una nuova cosa che ha imparato”

Boldrini: “Il modo che ha di rapportarsi con una figura terza e tecnica è improprio ed è del tutto imbarazzante per questa Commissione trovarsi in queste condizioni”.

Fassino: “Non condivido questa valutazione e chiudiamo la seduta”.

Senza salutare la Speciale Rapporteur Onu, con uno sgarbo istituzionale a favore di telecamera.

Avrebbe fatto lo stesso se Albanese fosse stata un uomo, magari anziano, coetaneo di Fassino? Non possiamo saperlo, ma è improbabile.

Certo è che per Amnesty international, (rapporto febbraio 2022), quello che vivono i palestinesi nei territori occupati è apartheid e questa è la conseguenza della colonizzazione denunciata da Albanese e della violazione del diritto internazionale, sbeffeggiato da Fassino, quando ha affermato: “c’è la legalità, c’è il diritto internazionale, e c’è la politica”.

Il solito doppio standard del potere politico occidentale dominante: ci sono stati che aggrediscono, occupando la terra altrui, e non va bene. Ce ne sono altri che fanno lo stesso e va bene. A volte benissimo.

E quale, dunque, la colpa della relatrice speciale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani? Quella di aver difeso con competenza e passione i diritti violati, le ingiustizie commesse.

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