di Nurcan Baysal; traduzione a cura di Francesca Rizzo

 

Leggo le parole del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sull’omicidio di Jamal Khashoggi, e sono scioccata.

Da Curda impegnata nella difesa dei diritti umani e giornalista corrispondente dalla Turchia, scrivo di violazioni dei diritti umani, diritti delle minoranze, crimini di guerra e della questione curda dal 2013. Quando il processo di pace tra lo Stato turco e il Partito Curdo dei Lavoratori si è interrotto, a luglio del 2015, nelle città curde è scoppiata la lotta. Questa volta, gli scontri hanno coinvolto i centri delle città, con una differenza marcata rispetto ai caratteristici combattimenti tra le montagne degli ultimi 30 anni. Ad agosto del 2015, lo Stato ha dichiarato il coprifuoco nelle città curde al confine con la Turchia sudorientale: coprifuoco in vigore ancora oggi. La misura riguarda quasi un milione e mezzo di persone.

Durante il coprifuoco militare, le nostre città erano sottoposte a bombardamenti ogni singolo giorno. Lo Stato non ha neanche autorizzato le famiglie a seppellire i loro morti. In alcune zone, persone che sventolavano bandiere bianche mentre cercavano di fuggire o di seppellire dei parenti sono state sparate. A Diyarbakır, i cadaveri sono rimasti lungo le strade per mesi. Siamo stati testimoni di terribili violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra.

I media turchi hanno chiuso gli occhi alla guerra e agli orrori che si compivano nella regione curda, per questo io mi sono sentita costretta a scrivere ed ho assunto un ruolo attivo nell’informare il pubblico.

Sono stata sistematicamente minacciata, tormentata, ho subito intimidazioni sui social media, e le forze di sicurezza hanno illegalmente censurato alcuni miei articoli. Su di me sono state aperte inchieste, a causa dei miei articoli e dei miei post sui social network.

A febbraio di quest’anno sono stata condannata a 10 mesi di carcere per un articolo sui crimini di guerra compiuti nella città di Cizre. Quando il coprifuoco a Cizre è stato revocato, a marzo del 2016, io sono uscita per rendere testimonianza dei tanti crimini di guerra commessi dalle forze di sicurezza. La città è stata demolita. Centinaia di persone sono state bruciate vive negli scantinati. Mi sono imbattuta in scene orrende all’interno delle case occupate dalle forze di sicurezza. C’era della biancheria intima femminile in bella mostra, e dei profilattici usati gettati per terra. Ho scattato un centinaio di fotografie e riportato tutte queste cose nel mio articolo. Questo ha creato una reazione negativa enorme. Una settimana dopo, l’articolo è stato censurato dall’Ufficio di Sicurezza Turco. Dopo due anni, sono stata condannata a 10 mesi di carcere per “aver umiliato le forze di sicureza turche”, ma la pena è stata sospesa per 5 anni.

Il 21 gennaio scorso, qualche giorno dopo che era stata lanciata l’offensiva turca nel distretto siriano di Afrin, io sono stata arrestata a causa dei miei post sui social media contro la guerra. La polizia ha abbattuto la porta della mia casa, una casa dove sapevano esserci due bambini piccoli. Circa 20 poliziotti appartenenti alle unità speciali, armati di Kalashnikov, hanno preso d’assalto casa nostra. Dopo tre giorni di detenzione sono stata rilasciata ed è stato aperto un procedimento contro di me.  A causa di 5 tweet in cui ho criticato la politica bellica del governo turco e ho chiesto la pace, sono stata accusata di “incitazione all’odio e all’ostilità”. Il pubblico ministero ora chiede tre anni di carcere, per i miei 5 tweet pacifisti.

Io sono una dei giornalisti fortunati in Turchia. Non sono ancora in carcere, e posso scrivere. Ma centinaia dei nostri amici sono in prigione o in esilio. Oggi nelle carceri turche ci sono più di 170 giornalisti. Nedim Türfent, un giornalista curdo arrestato, è stato condannato a una pena di 8 anni e 5 mesi, nonostante i testimoni dell’accusa abbiano dichiarato di aver testimoniato contro il giornalista a causa delle torture subite. Ahmet Altan e Nazlı Ilıcak sono stati condannati all’ergastolo per il loro lavoro giornalistico. Musa Anter, giornalista e scrittore turco, è stato assassinato da membri dello “stato profondo” in Turchia nel 1992, a 72 anni. Metin Göktepe, un giovane giornalista turco, è stato picchiato a morte dalla polizia in un centro di detenzione preventiva, nel 1996. Gli autori non sono stati ancora assicurati alla giustizia.

Anch’io voglio giustizia per Khashoggi, ma pubblicare l’opinione di chi rinchiude i giornalisti dietro le sbarre è inaccettabile. La Turchia resta la più grande prigione del mondo per i giornalisti ed è uno degli ultimi Stati a poter parlare di diritti umani per i giornalisti. Come ha scritto Erdoğan nel suo articolo, “l’uccisione di Khashoggi è inspiegabile”. Sì, l’uccisione di Khashoggi è inspiegabile ed inaccettabile, come l’assassinio e la detenzione dei giornalisti in Turchia.

Come giornalisti in Turchia, ci aspettiamo comprensione da parte del The Washington Post, visto che molti nostri amici e colleghi sono dietro le sbarre o in esilio. Vergognatevi!

Scrivo tutto questo sapendo che ci potrebbero essere conseguenze per le mie parole. So che come Curda, attivista per i diritti umani e giornalista, non sono tanto importante quanto Khashoggi. Spero che voi del The Washington Post abbiate a cuore anche la mia sorte, e quella di altri giornalisti in Turchia e Kurdistan, che sono stati dichiarati terroristi per essersi schierati dalla parte della verità, che vengono uccisi, imprigionati e costretti ad abbandonare il proprio Paese.

Fonte: ahvalnews.com